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Ragusa, uscire dalla crisi cambiando modello economico

L’economia siciliana è in grande sofferenza e il futuro, senza cambiamenti radicali, fa pensare che la ripresa è ancora molto lontana.

 

Rispetto a questi temi qual è il parere del prof. Franco Portelli (docente di economia).

 

R. – Nel momento in cui tutta l’attenzione è focalizzata sulla crisi, su come aiutare le imprese che chiudono, sui lavoratori licenziati e sui giovani che si misurano con sempre crescenti difficoltà nella ricerca di un’occupazione, potrebbe sembrare fuori luogo parlare di un nuovo modello economico. Eppure è solo analizzando le cause che hanno prodotto il “disastro”, che abbiamo davanti agli occhi, che riusciremo a risolvere i problemi. Quanto accade è il frutto dell’applicazione di teorie economiche “sbagliate”. Abbiamo affidato la nostra economia ai principi dell’economia liberista e guardiamo alle risposte, sbagliando, concentrandoci sulle soluzioni che quel modello suggerisce: generico aumento dei consumi, ridotto intervento dello Stato e più libertà per le imprese. Il rischio è di cadere nella trappola di chi ci propone queste soluzioni vecchie, usando strumenti obsoleti e inefficaci, nella speranza che qualcosa si aggiusti o, peggio, nell’attesa che il mercato, attraverso la famosa “mano invisibile”, ipotizzata dall’economista Adam Smith, possa risolvere autonomamente i problemi. Quella stessa mano che proprio Smith ha usato come metafora per esprimere una naturale inclinazione degli uomini, grazie alla quale nel libero mercato la ricerca egoistica del proprio interesse giova tendenzialmente all’interesse dell’intera società, trasformando quelli che costituiscono “vizi privati” in “pubbliche virtù”. Leggendo i dati economici degli ultimi anni e, soprattutto, guardando le sempre più numerose persone che, a causa di questi principi, sono “tagliate” fuori dal mercato, penso che questa mano o è diventata “monca” o non ha mai funzionato.

 

D. –  E con la crisi come la mettiamo?

 

R. –  La parola “crisi” deriva dal greco “krisis”, sostantivo del verbo krino, che significa separo, decido. Può dunque essere considerata un momento di “cambiamento”, separando un modo di vedere e intendere l’economia da un nuovo modello. L’occasione è data dalla possibilità di “umanizzare” l’economia, comprendendo che la sola accumulazione di beni può solo peggiorare la qualità della vita.

Fin dal primo racconto di Genesi l’uomo è posto nel mondo come amministratore di un patrimonio che non gli appartiene, nessuno ha un diritto originario ad appropriarsene, perché ciò potrebbe significare la sottrazione dello stesso bene ad altri. I fondamentali dell’economia derivano dai fondamenti della natura umana. L’uomo è per natura portato a cercare il bene, avendo la capacità di riconoscere il bene distinguendolo dal male e di riconoscerlo come vincolante.

Questa crisi è sempre stata analizzata unicamente dal punto di vista economico-finanziario.  Ci si è interrogati, invece, se è importante scegliere tra un’impostazione individualistica dell’attività economica e una orientata al bene comune?  L’economia nasce come strumento dell’uomo, al servizio della sua vita e del bene comune. Dopo la rivoluzione industriale, purtroppo, tutto questo assume un altro significato. Si sceglie di cambiare questi principi per lasciar posto all’individualismo sfrenato che privilegia, invece, la quantità del reddito, l’esasperazione dei consumi, la drastica diminuzione del ciclo di vita dei prodotti e la mitizzazione del benessere materiale.

 

D. –  Come uscirne fuori?

 

R. –  Continuiamo, testardamente a curare gli effetti di questa grave crisi economica e finanziaria e non ne vogliamo aggredire le cause. Si parte dal presupposto che il modello economico è quello giusto e che dunque il nostro compito è semplicemente quello di farlo nuovamente funzionare. Niente di più sbagliato!

Stiamo operando pensantissimi tagli della spesa, spesso in maniera indiscriminata. L’effetto più evidente di questo modo di fare è sicuramente l’aumento della disoccupazione.

 

D. –  Quale modello applicare?

 

R. –  Sono convinto che è giunto il tempo di percorrere una terza via: quella offerta dall’economia civile. L’economia civile è un’economia di mercato che si distingue da quella capitalistica perché fondata sui principi di reciprocità e fraternità. Il mercato, nella prospettiva dell’economia civile, non scompare ma è “reinterpretato” ed elevato a mezzo attraverso il quale chi vi opera, da nemico diventa amico e da estraneo diventa parte di una comunità.  Mentre l’economia  capitalistica persegue il bene “totale”, quella civile si pone come obiettivo la ricerca del bene “comune”. La sfida esaltante, che ci offre la concreta applicazione dell’economia civile nel nostro sistema, è quella di riuscire a far stare assieme tre principi fondamentali: efficienza, equità e reciprocità.

 

D. –   E in Sicilia?

 

L’economia nasce come strumento dell’uomo, al servizio della sua vita e del bene comune. ll modello economico che ha valorizzato questi aspetti è quello dell’economia civile. Studiando con attenzione la storia dell’economia abbiamo la possibilità di scoprire che l’Italia ha un motivo in più per rivendicare, nel mondo, un altro primato.  L’economia, nonostante quello che si può immaginare, non nasce in Inghilterra, negli Stati Uniti o nella ricca Germania, ma in Italia nel XIII secolo per concretizzarsi nel 1400, con il nobile obiettivo di perseguire il bene comune. L’economia civile è dunque un’invenzione italiana. E con precisione meridionale.  Il termine appare per la prima volta nel 1754, quando all’Università Federico II di Napoli, Bartolomeo Intieri affida all’abate Antonio Genovesi, allievo di Giambattista Vico, la prima cattedra di Economia della storia. Una cattedra intitolata “di Meccanica e di commercio” per la quale Genovesi impartiva Lezioni di economia civile. In Sicilia, e in provincia di Ragusa in particolare, l’economia civile ha trovato ampia diffusione. Si pensi, a questo proposito, che fra il 1451 ed il 1454 iniziò la distribuzione dei terreni in affitto perpetuo (enfiteusi) ai contadini, che divennero, di fatto, piccoli proprietari, pagando un canone annuo al conte. Nel giro di un secolo, i contadini più ricchi divennero proprietari “di diritto” delle loro terre, pagando un riscatto ai conti che si succedettero: fu così che nella Contea di Modica, con due secoli di anticipo rispetto al resto della Sicilia latifondista, nacque la borghesia, che tanto ricca fece la gente delle nostre contrade.

 

 

D. –   Come operare?

 

R. –   Il bene comune non è la somma dei beni di ciascun soggetto, ma è piuttosto un bene indivisibile, perché di tutti e di ciascuno allo stesso tempo. Non è più tempo di impostare modelli economici che enfatizzano l’egoismo dei più capaci. E’ giunto, invece, il tempo di passare all’applicazione concreta dell’integrazione e dell’inclusione di tutti, valorizzando la fraternità e la reciprocità, nella consapevolezza che ciascuna persona è “con” e “per” gli altri. Tutti siamo chiamati a “contribuire” alla realizzazione del bene comune, nessuno può e deve essere escluso. E’ anche per questo motivo che la priorità dell’economia deve essere la ricerca della piena occupazione, perché il bene comune esige di essere servito da ciascuno in proporzione alle sue capacità: ai talenti ricevuti.

 

 

D. –   Come aggrediamo la disoccupazione?

 

R. –   Facendo l’opposto di quanto stiamo realizzando per il settore nel no profit. Abbiamo cooperative, associazioni, fondazioni, Onlus, che sono già una realtà importante che può e deve essere “aiutata” a “crescere” velocemente, in modo da diventare la vera risposta alla crisi. Sono queste le realtà in grado di produrre velocemente veri posti di lavoro, soprattutto perché in grado di soddisfare al meglio la crescente domanda di beni relazionali.

 

D. –   Perché non funziona il mercato del lavoro ?

 

R. –   Il lavoro è un elemento essenziale per il buon funzionamento dell’economia ma soprattutto per la “buona vita”.  La disoccupazione, e anche la sottoccupazione, costituiscono quello che mi piace definire “il male del secolo”: una vera e propria calamità sociale. L’uomo, invece di essere al centro del sistema sociale ed economico, è considerato un mezzo di produzione e di consumo che, nell’economia capitalistica, diventa un problema quando non riesce a trovare lavoro o lo perde.  L’imprenditore che sceglie usando come criterio la convenienza economica, oggi si rende conto che è più conveniente acquistare macchinari o fare investimenti finanziari piuttosto che assumere lavoratori. In Italia chi lavora è tassato più di chi non lavora e compra e vende titoli.

 

D. –   Lei ha parlato di beni relazionali, come questi possono creare occupazione?

 

R. –   La leva da utilizzare come “volano” per creare domanda aggiuntiva, e quindi lavoro, è rappresentata dallo stimolo della domanda di beni relazionali, nella consapevolezza che il lavoro oggi non va solo “salvato” e “cercato”, ma anche “creato”.  Il bene relazionale è un bene che per essere goduto presuppone una particolare relazione fra chi lo dà e chi lo consuma. I beni relazionali, infatti, possono essere prodotti e fruiti assieme tra chi produce e chi consuma, attraverso la relazione. Il termine welfare rimanda a un concetto materiale e oggettivo di benessere, troppo riduttivo rispetto al più comprensivo well-being che rimanda allo “star bene”. In un contesto economico come quello attuale in cui, anche a causa delle innovazioni tecnologiche, si continuano a perdere posti di lavoro nel settore industriale e allo stesso tempo è cresciuta in modo esponenziale la domanda di assistenza, a tutti i livelli, è opportuno promuovere la domanda di lavoro legata proprio ai beni relazionali. Saranno tantissimi i posti di lavoro che si potranno creare se riusciremo a valorizzare l’enorme mercato dei servizi alla persona in tutte le sue forme: istruzione, formazione, assistenza, sanità, intrattenimento. E la Sicilia, su questo terreno, ha potenzialmente le “carte in regole” per giocare la partita da protagonista.

 

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