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Più scuola per combattere la “denaromania”: solo così si uscirà dalla crisi

Che strana, preoccupante sensazione ci invade quando ci rendiamo conto che il nostro Paese è gravemente malato, è assente la stessa speranza di futuro, la scuola è considerata un costo da tagliare, la cultura una “roba che non si mangia”, l’egoismo è diventato una virtù, lo spreco abbonda, la politica è uno strumento a beneficio di pochi, e pensiamo di non avere strumenti per contrastare tutto ciò. E’ questo lo stato d’animo che, in questi mesi, colpisce tanti insegnanti, alunni e lavoratori della scuola, consapevoli che così non può più continuare. Purtroppo a prevalere è la “rabbia” e la “rassegnazione”.  La scuola è al centro di “pesantissimi” tagli. E’ il frutto di una visione “ragionieristica” dell’istruzione e dell’educazione. Accade così che proprio la “fabbrica del sapere”, che ha fatto dell’Italia uno dei Paesi più sviluppati al mondo “cade” nella morsa dei tagli e dell’indifferenza generale. La scuola, in questo modo, diventa un semplice “capitolo di spesa” dal quale sottrarre risorse. In questo scenario la “cultura” è, per molti, un elemento di disturbo perché c’è altro a cui pensare: spreed, pareggio di bilancio e finanza. Tra i governanti è nata una nuova malattia, la “denaromania”. I sintomi sono semplici da riconoscere, chi ne è affetto ragiona con il “denaro in testa”. La terapia è semplice ma radicale: diventare protagonisti delle scelte che riguardano la scuola. E’ necessario intervenire urgentemente perché con il passare dei mesi si assiste a una vera e propria epidemia, tenuto conto che i “malati” aumentano in misura esponenziale.

Ad essere penalizzati, naturalmente, sono i giovani, specialmente i più preparati, quelli che sentono urgere dentro di sé le esigenze di apprendere, di approfondire la capacità di giudizio, di pensare.

Ad essere bistrattati sono i docenti più motivati. Insegnanti che  vogliono vivere all’altezza dell’ideale a cui il desiderio di conoscenza spinge senza sosta.

La politica ha paura di questi giovani e di questi docenti, perché rischiano di rappresentare un ostacolo al “mantenimento” di un sistema oramai radicato. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Dietro ogni insegnante demotivato, ci sono troppi parlamentari che hanno scelto di considerare la spesa per l’istruzione un costo e non un investimento.  Dietro una scuola inadeguata c’è un preside senza portafoglio. Dietro l’impoverimento culturale del nostro Paese c’è un’assenza di Vision, di prospettiva, da parte di chi ha responsabilità di governo. Eppure tutti sanno che senza una buona  scuola il nostro Paese non può immaginare un futuro migliore. Nella migliore delle ipotesi ci si potrà accontentare di vivere solo di buoni ricordi.

Alcuni timidi segnali di cambiamento spingono a pensare che non tutto è perduto e che qualcosa può ancora essere recuperata.

La sterile navigazione fra indifferenza e accanimento verso la scuola è rischiosa, almeno quanto lo era per gli antichi quella fra Scilla e Cariddi.

In una società in cui è sempre più presente alle nostre tavole quello che Nietzsche ha definito il più inquietante fra tutti gli ospiti, riferendosi al nichilismo, ci sono tantissimi insegnanti che, nonostante tutto, in silenzio stanno gettando le basi per una nuova società. Tra tanti barbari, timidamente crescono nel silenzio nuovi “monaci amanuensi”, rappresentati oggi dai tanto bistrattati docenti.

E’ noto a tutti che, proprio quando i barbari pensavano a distruggere ogni cosa arraffando quel che potevano, i monaci amanuensi con grande cura trascrivevano testi.  Era in quei monasteri che la cultura veniva custodita e tramandata. Ogni pagina e ogni parola erano il frutto di uno sforzo che nasceva dall’amore per la cultura.

Per certi versi i monaci di allora, sono gli insegnanti di oggi, spinti verso questa professione con la certezza che ciò che si fa ha comunque un valore, perché risponde al naturale bisogno che l’uomo ha di conoscenza. In questo mondo dove le uniche cose che sembrano interessare sono il Pil, la finanza, i soldi, l’arricchimento personale e l’apparire; il lavoro di tanti insegnanti che, nonostante la scarsa considerazione attribuita al loro lavoro, “regalano” alla società il loro amore per la conoscenza e per le nuove generazioni di ragazzi, è un esempio che consente ancora di sperare in un futuro migliore.

7 Interventi per la scuola

 

 

  1. Introdurre un tetto massimo nelle retribuzioni e nelle pensioni dei dirigenti pubblici e dei politici: nessuno può guadagnare più del doppio della retribuzione di un docente laureato che lavora nella scuola pubblica

 

  1. Destinare i risparmi realizzati per creare un grande piano d’investimento a favore  della scuola e della ricerca

 

  1. Lavorare per attuare il principio “burocrazia zero” a scuola: meno tempo per compilare registri, più attenzione per le “relazioni” educative

 

  1. Curare la malattia della “progettite”, molto diffusa nelle scuole, destinando quei fondi per un piano straordinario di acquisto di strumenti didattici innovativi

 

  1. Valorizzare il lavoro svolto dai tantissimi docenti “precari”, prevedendo specifiche risorse economiche recuperate dimezzando le indennità dei “portaborse” e le spese per gli “incaricati” dalla politica a vario titolo (consigli di amministrazione di partecipate e carrozzoni vari)

 

  1. Prevedere come titolo preferenziale nelle assunzioni pubbliche l’aver svolto attività di docenze nelle scuole

 

  1. Attivare percorsi formativi, post diploma, alternativi ai corsi universitari

 

 

Franco Portelli

 

 

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