Attualità Vittoria

Piero Gurrieri: “Strage di San Basilio 14 anni dopo, quel giorno agli occhi dei vittoriesi crolló…”

San Basilio, 14 anni dopo. La città rifletta sul suo passato Sulle sue luci come sulle sue ombre. E si riscopra “madre” di tutte le vittime di quell’evento.

Sono trascorsi ben quattordici anni da quel San Basilio del 1999. Ricordo perfettamente, come tanti di noi, quella fredda, quasi glaciale serata di inizio d’anno, la cui memoria continua a far versare fiumi di lacrime ma anche ad interrogare la coscienza più profonda di una città intera.
Quattordici anni sono lo spazio di vita che corre tra la nascita e l’adolescenza di un uomo, un tempo sufficientemente lungo per imporci di fare i conti definitivamente con un evento che più di ogni altro ha costituito il paradigma delle contraddizioni di una comunità. Quel giorno, per utilizzare un linguaggio biblico, davanti agli occhi dei vittoriesi crolló il velo del tempio. E poco importa che la verità processuale abbia poi accertato che la strage fu concepita a Gela, dagli Emmanuello, per far pagare ad Angelo Mirabella, all’epoca reggente del clan Dominante, il suo tradimento nei confronti dei gelesi, dopo un lungo periodo di collaborazione tra le due “Stidde”. Nulla rispetto al disordinato, incontrollato succedersi di pensieri, in quei vorticosi frangenti, dentro le menti e i cuori di uomini, di donne,di contadini, di imprenditori, di politici e di preti, di spose, figli e fratelli. Ci siamo scoperti città democratica e legalitaria ma anche intrisa di una presenza forte dell’antistato e di una criminalità non compiutamente debellata. Città connotata da grandi moti di liberazione e ribellione di alcuni rappresentanti delle istituzioni e di comuni cittadini, ma anche da tanti, troppi silenzi, indotti dalla paura ma anche dalla rassegnazione, dall’indecisione e in alcuni casi da una soltanto parziale determinazione di altre parti, pur minoritarie, della città, a rompere i circuiti culturali, pure presenti, di omertà, prossimità e perfino complicità aperta. In quell’occasione, ci siamo scoperti città cannibale, con i mandanti a Gela ma con alcuni dei sicari scelti tra i vittoriesi per uccidere loro fratelli e figli. Una tragedia senza pari.
Quattordici anni sono un tempo sufficientemente lungo per consentire a questa comunità, in tutte le sue componenti, di fare i conti definitivamente i conti con il suo passato o almeno provarci. Le nostre strade, le nostre piazze si sono per lunghi anni tinte di rosso. Utilizzando una metafora, la nostra città è stata, insieme, un Calvario, trovando poi, al suo interno, la forza e l’energia positiva per una rinascita, per una nuova alba.
Le istituzioni, tra le quali il Comune di Vittoria e la Provincia regionale di Ragusa, si sono giustamente costituite nei processi contro gli esecutori e i mandanti della strage quali parti civili, non rinunciando al loro ruolo ed anzi esercitandolo fino in fondo. Una verità processuale è stata affermata.
Ora, occorre che su quegli anni, culminati in quel tristissimo evento, si apra una ancora più profonda, ma mai distaccata, riflessione da parte della intera società civile.
So di dire parole controverse, che potrebbero non essere pienamente comprese, eppure, in questa logica, penso, da cittadino prima ancora che da cristiano, sia giunto il momento di affidare alla memoria e alla pietà della nostra comunità le cinque vittime di quella strage: Rosario Salerno e Salvatore Ottone, che ebbero la tristissima sorte di trovarsi in quel bar per caso, ma anche Angelo Mirabella, Rosario Nobile e Claudio Motta, anch’essi figli di questa comunità, ed anch’essi in un certo senso vittime di una tragedia ancora più grande e che ci ha riguardati tutti: quella della nostra comunità.

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