Attualità

“Quand’ero Enea/ nessun mi conoscea;/adesso che son Pio/ tutti mi chiaman zio”

Riportiamo, alcune parti, del bellissimo pezzo che Antonio Socci ha pubblicato sul quotidiano Libero (15/03/13) che ci aiuta a conoscere meglio questo nuovo Papa e a “guardarci” dai nuovi “amici” convertiti dell’ultima ora.

Come scrisse Enea Silvio Piccolomini, nel 1458 eletto papa Pio II: “Quand’ero Enea/ nessun mi conoscea;/adesso che son Pio/ tutti mi chiaman zio”.
La storia si ripete anche con questo pontefice e ora i giornali sono pieni di persone che sbraitano “io lo conoscevo” oppure “io l’avevo detto” (col senno di poi).
Ma se c’è un uomo in Italia a cui il cardinale Bergoglio è veramente legato da autentico affetto e profonda stima è un sacerdote della Chiesa di Roma, figlio prediletto di don Luigi Giussani, cioè don Giacomo Tantardini.

IL SACRIFICDIO DI DON GIACOMO

Don Giacomo, che s’illuminava quando parlava del suo amico cardinale e che alla vigilia del Conclave del 2005 lo portava nell’anima come il “suo” candidato, non ha potuto vedere l’avverarsi del suo desiderio su questa terra, perché è morto prematuramente, per tumore, il 19 aprile dell’anno scorso (proprio l’anniversario dell’elezione di Benedetto XVI).
Ma gli amici a lui più vicini, soprattutto della rivista “30 Giorni”, di cui don Giacomo era la mente e il cuore, ricordano con commozione quell’ultimo incontro in redazione durante il quale, col suo sorriso evangelico, il sacerdote brianzolo (romano d’adozione), considerando il rapido avanzare della malattia, disse più o meno queste parole:
“se il Signore ha deciso di chiamarmi e non posso fare più niente, io offro il mio corpo, la mia vita, per la Santa Chiesa”.
Per uno di quei misteri che sono noti ai cristiani, ma lasciano comunque ammutoliti, non è passato nemmeno un anno dall’offerta e dal sacrificio di don Giacomo e il suo amico cardinale, che lui considerava un meraviglioso pastore per la Chiesa universale, è stato chiamato da Dio al pontificato.
Bergoglio aveva seguito con partecipazione l’evolversi della malattia. Il 18 febbraio dell’anno scorso don Tantardini gli aveva chiesto di amministrare la cresima ad alcuni ragazzi, nella chiesa di San Lorenzo fuori le mura e in quell’occasione il cardinale aveva esordito così:
“Oggi, seguendo l’invito del mio amico don Giacomo, cui voglio tanto bene, e noi tutti dobbiamo pregare per lui, perché è un pochettino malato… Pregheremo tutti per lui? Sì! L’invito per oggi è di fare queste cresime a voi che venite a ricevere la forza dello Spirito di Dio: credete nella forza dello Spirito! E’ lo Spirito di Gesù”.
Poi aggiunse:
“Credete in Gesù che vi invia questo Spirito – a voi e a tutti noi: ci invia lo Spirito per rinnovare tutto. Sentite come cristiani, parlate come cristiani e fate opera di cristiani. Ma voi soli non potreste farlo. È Gesù che vi darà questo Spirito, vi darà la forza di rinnovare tutto: non voi, ma Lui in voi”.
Concluse sottolineando “questo pensiero di Gesù che è l’unica salvezza, l’unico che ci porta la grazia, che ci dà la pace, la fraternità, che ci dà la salvezza”.
Don Giacomo è morto esattamente due mesi dopo, il 19 aprile, e il cardinale, il 6 maggio, volle scriverne un ricordo rivolto ai tantissimi giovani che a Roma – attraverso don Giacomo nei decenni scorsi – hanno incontrato Gesù Cristo e si sono convertiti:
“ ‘Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio; considerando attentamente l’esito finale della loro vita, imitatene la fede’ (Eb13, 7). Così, l’autore della Lettera agli Ebrei ci esorta a tener presenti quelli che ci hanno annunciato il Vangelo e che già sono partiti. Ci chiede di ricordarli, ma non in quel modo formale e, a volte, commiserevole (…). Ci chiede, invece, di ricordarli a partire dalla fecondità della loro semina in mezzo a noi. (…) Così, con questa memoria, ricordiamo don Giacomo e ci chiediamo: che cosa ci ha lasciato? Quali impronte di lui troviamo sul cammino della nostra vita? Oso semplicemente dire che ha lasciato le impronte di un uomo-bambino che non ha mai finito di stupirsi”.
Poi con affetto il cardinale aggiunse:
“Don Giacomo, l’uomo dello stupore; l’uomo che si è lasciato stupire da Dio e ha saputo dischiudere il cammino affinché questo stupore nascesse negli altri. Don Giacomo, un uomo sorpreso che, mentre guardava il Signore che lo chiamava, continuamente si chiedeva, quasi non riuscisse a crederci, come il Matteo del Caravaggio: io, Signore? Un uomo stupito di fronte a questa indescrivibile “sovrabbondanza” della grazia che vince sull’abbondanza meschina del peccato… un uomo stupito che si è sentito cercato, atteso e amato dal Signore molto prima che fosse lui a cercarlo, ad attenderlo e ad amarlo; un uomo stupito, come quelli del lago di Tiberiade…. E quest’uomo stupito si è lasciato, più di una volta, interrogare: ‘Mi ami?’, per rispondere con la semplicità ardente dell’amore: ‘Signore, tu lo sai che ti amo’…”.
Concluse:
“Don Giacomo era così. Non aveva perduto la capacità di sorprendersi; rifletteva a partire da quello stupore che riceveva e alimentava nella preghiera… L’ultima immagine che ho di lui mi commuove: durante la cerimonia delle cresime a San Lorenzo fuori le Mura, con le mani giunte, gli occhi aperti e stupiti, sorridente e serio allo stesso tempo. Lì, pregammo per la sua salute… e lui ringraziò con un gesto che era di speranza di guarire e, allo stesso tempo, di affidamento. Così, per grazia, si può perseverare nel cammino, fino alla fine: l’uomo-bambino si abbandona fra le braccia di Gesù mentre chiede che passi questo calice, e viene preso e portato in braccio, con le mani giunte e gli occhi aperti. Lasciandosi sorprendere ancora una volta, per il dono più grande. Ringrazio Dio nostro Signore di averlo conosciuto. È rivolto anche a me quel ‘considerate l’esito della sua vita e imitatene la fede’ della Lettera agli Ebrei”.

IL DONO DI GIUSSANI

L’amicizia con don Giacomo aveva come cornice la grande stima di Bergoglio per don Giussani, di cui, il 27 aprile del 2001, volle presentare un libro a Buenos Aires, “L’attrattiva Gesù”.
Anche nel 1999 aveva voluto far conoscere Giussani ai suoi fedeli presentando un altro suo libro, “Il senso religioso”.
In quella circostanza disse:
“Ho accettato di presentare questo libro di don Giussani per due ragioni. La prima, più personale, è il bene che negli ultimi dieci anni quest’uomo ha fatto a me, alla mia vita di sacerdote, attraverso la lettura dei suoi libri e dei suoi articoli. La seconda ragione è che sono convinto che il suo pensiero è profondamente umano e giunge fino al più intimo dell’anelito dell’uomo”.
Don Giussani volle ringraziarlo personalmente e gli scrisse un telegramma che – riletto oggi, considerato come don Giussani pesava le parole – assume una colorazione profetica.
Don Giussani sottolineò infatti che la sua presenza faceva sentire ai suoi figli spirituali “la vicinanza del Papa e di tutta la Chiesa, nostra Madre, per la quale siamo stati voluti all’esistenza e scelti per ingrossare il flusso del popolo cristiano dall’attrattiva Gesù, l’uomo-Dio che ci ha raggiunti e convinti. Tanto che Lo abbiamo seguito, con tutti i nostri limiti e con tutti i nostri impeti, tutto a Lui offrendo lietamente nella semplicità del cuore”.
Quella considerazione sull’affetto del vescovo di Buenos Aires come segno della “vicinanza del Papa” appare oggi come un presagio.
Giussani concludeva:
“Ci sia maestro e padre, Eminenza, come sento raccontare dai miei amici di Buenos Aires, grati alla Sua persona e obbedienti come a Gesù”.

MISTERO

Adesso papa Francesco è maestro e padre per tutta la Chiesa. E’ il principio di una grande purificazione e di un nuovo inizio che porterà la Buona Novella a tutti. Come duemila anni fa.
Chi, come me, ha visto, da amico, il calvario di quel grande sacerdote romano che è stato don Giacomo Tantardini negli ultimi decenni, culminato nella malattia e nell’offerta della vita per la Chiesa, fino due giorni fa aveva la sensazione triste di una sorta di disfatta personale. Totale e incomprensibile.
Che invece, in un batter d’occhio, il Cielo ha totalmente rovesciato. Dalla croce alla resurrezione. Don Giacomo ha dato la vita per regalare alla Chiesa e all’umanità questo pontificato, questa nuova stagione della cristianità.

Antonio Socci

Da “Libero”, 15 marzo 2013

 

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