Attualità

Ecco i nuovi Santi “inimmaginabili”

La Chiesa Cattolica festeggia oggi “tutti i Santi”, ci piace per onorare questa ricorrenza ospitare una riflessione di Daniel Ange, fondatore di una comunità in Francia che si occupa tra le altre cose di annunciare la parola di DIo tra i giovani. Guidati dalla sua riflessione scopriamo una santità “inimmaginabile”

 

Oggi la Chiesa riunisce in una stessa festa tutti i suoi figli giunti al Regno, assolutamente tutti. Non vuole tralasciarne nemmeno uno. Ma quando beatifica, ne beatifica solo qualcuno, in questa moltitudine che nessuno può contare. A titolo di delegati, rappresentativi di tutti gli altri dello stesso paese, dello stesso mestiere, della stessa epoca o dello stesso stato di vita. E che essa osa dare come esempio al mondo intero e per tutti i tempi. “Nulla ci dice che i santi canonizzati siano i più grandi” (Teresa di Lisieux). I santi proclamati ufficialmente tali hanno già le loro feste durante l’anno. Allora questa è per tutti gli altri.
1) I santi anonimi, avvolti dal manto del silenzio. Quelli di cui non conosceremo mai il nome sulla terra. Quelli che, nascosti agli occhi degli uomini, costituiscono ancora il segreto del Padre.
2) I santi delle nostre famiglie. Non c’è nessuno tra di noi che non abbia dei santi nella sua genealogia. Che lo sappia o no. Io festeggio oggi tutti i miei antenati, o i più vicini: questi nonni o genitori, fratelli o sorelle che mi hanno preceduto nel Regno. Non sono il figlio delle loro lacrime, della loro preghiera, del loro amore? La grazia che ricevo oggi, non è forse in risposta all’amore di una donna sconosciuta, che recita il suo rosario la sera di un lungo giorno di lavoro nei campi? Anche questa è la comunione dei Santi. Sarò degno dei santi della mia famiglia?

La santità non è sinonimo di perfezione morale.  Un alcolizzato che, per puro amore, si priva di un solo bicchiere, può fare un atto più eroico di un monaco che fa prodezze di ascetismo.
“Supponendo un’uguale fedeltà innata alla grazia, e dunque un’uguale santificazione nel mistero, vi sono due specie di santi: vi sono i santi dalla psiche disgraziata e difficile, la compagnia degli angosciati, degli aggressivi e dei carnali, tutti quelli che portano il peso di determinismi. Vi sono quelli che non affascineranno mai gli uccelli e non accarezzeranno mai il lupo di Gubbio; quelli che cadono, e cadono ancora; quelli che piangeranno fino alla fine, non perché avranno sbattuto la porta un po’ troppo forte, ma perché commettono ancora quella colpa sordida, inconfessabile. V’è l’immensa folla di quelli la cui santità non brillerà mai quaggiù nella loro vita psichica, e non si alzerà che l’ultimo giorno per risplendere infine in perpetuas aeternitates . Sono i santi senza nome.
E, di fianco a loro, vi sono i santi dalla psiche felice, i santi casti, forti e dolci, i santi modello, canonizzati e canonizzabili; quelli il cui cuore liberato è grande come le sabbie sulle spiagge del mare, quelli la cui psiche canta già come un’arpa armoniosa la gloria di Dio; i santi ammirevoli che suscitano il rendimento di grazie, nei quali tocchiamo l’umanità trasformata dalla grazia. I santi riconosciuti, festeggiati, i grandi santi che lasciano la loro traccia splendente nella storia” (Padre Beirnaert, “Etudes carmelitaines”, 1951).
Vedendo i giovani tanto perturbati, se non traumatizzati, si potrebbe credere: la stoffa umana è ormai a brandelli, non avremo più eroi. Non più eroi, ma molti santi. Forse non santi da offrire come esempio di “perfezione”, ma amici di Dio da ricevere come un segno di consolazione. Un santo sarà sempre meno un modello di perfezione, e sempre più un figlio del perdono. Santi che si esiterà forse a canonizzare, ma che Dio non per questo avrà santificato meno. Della razza del buon ladrone.
La bellezza di un santo non è quella di un indossatore, ma quella di un volto ferito: la santità si misurerà dalla vulnerabilità. Tanto più ferito, tanto più amato.
Anche se non lo sa, è così. Tristezza infinita se non lo sa. Felicità indicibile se lo sa. Chi dunque griderà questo messaggio di folle speranza nel deserto del nostro mondo, atrocemente sottoalimentato, privo del nutrimento più elementare, privo del latte materno? Giovanni Emanuele ha avuto le parole giuste: “Dio ha posato gli occhi su di me, perché sono fragile!”. Ciò che Anna, ventun’anni, ha detto in modo diverso: “Il santo è colui che è talmente peccatore che Gesù è tutto per lui”. E Chantal, diciotto anni: “In questo momento vivo questa esperienza: sono infinitamente più amata di quanto io non sia peccatrice”.
Avevo scritto: “Dio trasforma i difetti psicologici, le ferite affettive, in grazie di purificazione passive ed attive”. Aggiungo: Dio fa diventare delle fonti queste stesse ferite. Tante più ferite, tante più fonti. Fonti dello Spirito Santo per il nostro mondo. Fonti di guarigione per la nostra umanità malata. Sono i più malati tra i suoi figli che diverranno i medici dei popoli. Gli orfani del nostro mondo diverranno i rivelatori del Padre.
Vittime, sì, ma innocenti! Se solamente potessero sapere che qualcuno li ha preceduti in questo cammino di innocenza schernita. Qualcuno che dà un senso a questa gigantesca quantità di sofferenza, che al di fuori di lui non può che schiacciare. Ma anche di questo essi non dubitano. Noi non sappiamo, non osiamo dire, scusate!, rivelare loro: “Voi siete gli agnelli che portate il peccato del mondo, ma per toglierlo. Voi siete innocenti del male, ma salvatori del mondo. Ad una condizione: semplicemente, accogliere questo nella vostra vita!”.
Sì, coloro che il male metterà in croce saranno coloro che l’amore avrà segnato. La gioia di Dio: luce a fior di terra, giacimento fantastico, ancora così poco sfruttato! Le nostre città sono popolate da molti più santi che assassini. Ed anche gli assassini possono diventare santi, poiché il primo canonizzato – e da Dio stesso! – lo era senza dubbio: il bandito crocifisso di fianco alla luce. Scoprendovi il suo Re e il suo fratello.
Mettiamoci dunque a risvegliare la santità. Presso chiunque: i bambini, i giovani, i poveri, tutti, tutti… Perché, alla fine, che cos’è la santità, se non la felicità? La semplice felicità di esistere! Come essere felici senza rispondere, corrispondere alle preferenze, al sogno di amore del Signore su di me? Come essere pienamente me stesso, senza coincidere con questo sguardo laser, che non cessa di posarsi su di me?
Chi dunque è più felice di un santo? La piccola Chiara di Castelbajac osava gridare: “Amo talmente la vita! Vi rendete conto di quanto sono felice? Talmente felice che se morissi ora credo che andrei diritta in cielo… Sono in una beatitudine finora mai sperimentata! È incredibile che io sia così felice, a causa di tutto, e nonostante tutto. Imparo dall’esperienza che c’è sempre una felicità più profonda di quanto si creda”. Felicità contagiosa: “Ho voglia di rendere tutti felici: questa dev’essere la gioia dei figli di Dio”. E queste parole folgoranti scarabocchiate nella Terra Santa: “Credo di essere stata scelta da Dio per essere la più felice della mia generazione” (23 settembre 1974). Quattro mesi più tardi entrava per sempre nella gioia del Signore. Aveva ventidue anni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.