Racconti della Bellezza

COLPO DI STATO IN ITALIA, racconto di Myki Kashim

Cattura

 

 

 

ROMA-Alle prime ore del mattino, era ancora buio quando lo scopino in servizio a Piazza San Pietro vede sfilare a gran velocità dalla Città del Vaticano un lungo corteo di auto con i vetri oscurati.

Qualcosa però attira la sua attenzione quando vede lanciare da un finestrino un fagotto. A sbarazzarsi dell’involucro è una figura dalla fluente chioma bionda che sembra somigliare a Nick Luciani, il cantante dei Cugini di Campagna.

Lo scopino si avvicina infuriato, più che incuriosito, perché il pacco è stato gettato fuori dal previsto cassonetto dei rifiuti.

Solo quando si accorge che il cassonetto è occupato da Marchionne, che nel frattempo si era sistemato lì per passare la notte in attesa di rivolgere una supplica al Santo Padre per scongiurare i problemi connessi con i diktat dei sindacati, si rabbonisce ma, in ogni caso, si ripromette di accertare se il Vaticano abbia pagato la tassa sui rifiuti solidi urbani.

Dal pacco rotolato sui sanpietrini fuoriesce una guêpière ed una pantofolina di velluto rosso.

 

La soffiata

Allo stesso tempo,  ricevuta una preziosa soffiata, Niki Vendola, Antonio Ingroia, Renato Balestra ed un famoso dentista romano, insieme ad un gruppo di valorosi, su incarico di Enrico Letta, si mettono in marcia verso Palazzo Grazioli animati da Francesco Guccini che intona una nenia dell’antica Slesia inferiore.

A Palazzo Grazioli

Il gruppo fa irruzione nel Palazzo per sorprendere nel sonno Silvio Berlusconi e i suoi ospiti. Non sono ancora chiari i motivi.

La sicurezza del Presidente alla vista dei temibili incursori fugge terrorizzata e solo il capo scorta, in una maschera di sangue dai graffi di Niki Vendola, tenta una reazione eroica ma viene prontamente bloccato con un potente morso sul polpaccio da Renato Balestra, assistito dal suo dentista.

Al trambusto che segue, Berlusconi apre gli occhi assonnato e subito Nicole Minetti, al suo fianco, provvede a gonfiare il suo ego attraverso l’apposita valvola posta sotto la pancia.

A quel punto, indossata la cuffia di ordinanza, il Presidente ed i suoi si calano da una botola in un lago artificiale ove si trovano numerose atlete di nuoto sincronizzato pronte ad accoglierli.

Il lago ha canali sotterranei con i quali è possibile raggiungere Arcore ove sarà possibile organizzare la resistenza.

Il Nautilus, così è stato battezzato, è un sottomarino attrezzato pronto ad ogni evenienza.

Il Presidente Berlusconi lo ha chiamato così quando, in un momento di crisi con Roberto Maroni, rimase  affascinato dalle avventure di Jules Verne in Ventimila leghe sotto i mari.

All’interno vi sono letti, riserve alimentari, un’infermeria, un guardaroba con biancheria intima e la sala comando con al centro un palo da lap-dance per raggiungere la torretta.

La propulsione, a quanto è dato sapere, è assicurata dalle più moderne tecnologie e pare che in caso di pericolo il sottomarino sia in grado di rizzare la prua ed emergere con la massima rapidità grazie all’immissione automatica di viagra nelle turbine.

Il personale addetto è quanto di più specializzato ed affidabile.

I marinai sono stati stimolati da Lele Mora a dare il meglio di sé, temprati e spremuti fino all’osso per missioni impossibili.

I medici, i para-medici e le infermiere sono tutte donne di solida esperienza maturata dopo anni di lavoro duro.

Alla torretta di osservazione, per la sua capacità di vedere bene, è assegnata Karima El Mahroug, detta Ruby.

Al comando del mezzo è preposto il Capitano Schettino per la sua indubbia esperienza marinara e sottomarina e per la sua capacità di mantenere la concordia.

 

La fuga

 

Non appena il Presidente prende posto nella cabina di poppa, il Nautilus molla gli ormeggi  e, dopo un “tutto a dritta”, punta la prua verso nord.

Dopo non molto, avuta notizia che un gruppo di fedelissimi, con in testa Pierferdinando Casini, vuole unire le sue sorti a quelle del Presidente, il sottomarino viene fatto emergere tra le cascate delle Marmore per raccogliere i prodi fuggitivi.

 

La cattura

 

Berlusconi è il primo ad uscire dal boccaporto: vuole stringere la mano agli irriducibili.

Schettino è già a terra, forse uscito da un tubo dei siluri.

Insieme al Presidente scendono tutti per rendere onore agli audaci.

In quel momento, però, prima che ciò accada, piombano dall’alto, muniti di tute alari e fumogeni rossi, Ilda Boccassini e Gherardo Colombo con urla agghiaccianti.

E’ il segnale!

Nello stesso tempo, travestite da donne, escono dai cespugli Rosy Bindi e Paola Concia alla testa di un’orda barbarica che in un attimo immobilizza Berlusconi ed i suoi.

Non c’è possibilità di reazione e solo adesso il Presidente viene colto dal dubbio di essere stato attirato in un tranello ordito da Pierferdinando Casini.

Senza perdere tempo il Presidente ed il suo seguito vengono ammanettati e fatti salire su auto Pyeonghwa, offerte per l’occasione dal Presidente della Corea del Nord.

Oltre a Berlusconi, fanno parte del gruppo anche Renato Brunetta, Giuliano Ferrara, Emilio Fede.

Tutti salgono a bordo.

A Berlusconi viene anche applicata, ad ogni buon conto, una cintura di castità.

Dai vetri oscurati il Presidente vede salutare dalla torretta del sottomarino il Comandante Schettino, commosso.

 

Si susseguono le notizie

Da Roma giungono notizie.

Mediaset viene oscurata con effetto immediato per garantire la privacy e le pari opportunità e, pertanto, tutti i suoi dipendenti sono carcerati al posto di coloro che usufruiscono del decreto svuota-carceri.

Rai 1 e Rai 2 sono chiuse per la politica di contenimento delle spese attuata dal governo.

Rai 3 prosegue il suo lavoro con abnegazione e spirito di sacrificio per garantire, come sempre, un servizio sociale all’insegna dell’imparzialità.

Fabio Fazio, Giovanni Floris, Marco Travaglio, Michele Santoro, Lucia Annunziata e Serena Dandini vengono processati per direttissima e condannati a trentacinque anni per faziosità a favore di Berlusconi ma, in uno slancio di generosità, il Signor Presidente della Repubblica con un provvedimento di indulto concede loro di tornare al lavoro in televisione dopo otto anni di rieducazione, purché si impegnino ad indossare nelle trasmissioni le divise della Stasi dismesse dalla Ddr.

A causa della stessa accusa Eugenio Scalfari si dà alla macchia.

 

La vita continua

Le ore passano. Nulla lascia presagire per il meglio. Ma per il Paese tutto va bene.

Gli italiani vivono nelle grotte o nelle fognature ed il sabato sera, per una botta di vita, le famigliole si concedono piacevoli serate nelle discariche, ove possono gustare anche avanzi di cucine etniche. Non ci si fa mancare nulla!

Le case sono state abbandonate o requisite -a seguito dell’impossibilità dei pagamenti Imu, Irpef, Ires, Irap, Iva, Tares- ed assegnate agli immigrati cacciati o evasi dalle carceri di paesi del terzo e del quarto mondo, catturati e trasportati con la forza nel nostro paese da squadre di specialisti cinesi e da psichiatri tedeschi, da noi appositamente ingaggiati, dopo avere tentato in ogni modo con le buone di convincerli a venire in Italia.

La prigionia

Intanto, mentre il corteo prosegue la sua folle corsa verso località sconosciute, giunge una telefonata con cui si comunica che Mario Capanna si offre di accogliere Berlusconi  presso la sua fondazione  “Diritti Genetici”.

Si decide allora per una immediata assemblea e ci si ferma in un’area di servizio anche per il rifornimento alle auto.

A Berlusconi viene requisita la carta di credito per pagare il pieno delle Pyeonghwa.

Ha quindi luogo un acceso dibattito tra i sequestratori e, alla fine, l’ipotesi Capanna viene scartata per l’alto rischio che il Presidente, eludendo i controlli, possa trovare il modo di riprodursi, trasmettendo i suoi geni a qualcuna delle operatrici del Centro.

Si decide allora di interpellare telefonicamente Ignazio Marino.

Il Sindaco, pioniere dei trapianti di organi da animale a uomo, suggerisce di trapiantare l’organo genitale del Presidente ad un eventuale volontario, ottenendo così un risultato doppio: portare il Presidente ad uno stato vegetativo e, nello stesso tempo, tentare in via sperimentale di fare raggiungere una vita sessuale da mille e una notte ad un impotente cronico.

In uno slancio di generosità, per la causa comune ed a rischio dell’estremo sacrificio, si fa avanti con voce stentorea e con la mano alzata, Rosy Bindi. Qualcuno è perplesso.

Si riparte e, alla fine, trovandosi in prossimità delle colline di Cesena, si decide, sentito Enrico Letta, di interpellare per un consiglio presso la sua casa-tempio la “Santona di Carpineta”: Mamma Ebe.

A lei si è rivolto il Presidente del Consiglio per avere lumi su come fare durare il governo.

L’anziana donna si affaccia al cancello della sontuosa dimora in compagnia di Wanna Marchi.

Le due donne, libere oramai dagli strascichi di piccole vicende giudiziarie in cui erano rimaste ingiustamente coinvolte, hanno creato una holding di portata mondiale con il sostegno del Monte dei Paschi di Siena.

La villa dispone anche di un eliporto e di due elicotteri Agusta Westland offerti da Finmeccanica.

Gli ospiti vengono ricevuti nei salotti mentre Berlusconi ed il suo seguito, guardati a vista, sono rinchiusi in un capannone.

Dopo un dibattito tra amici, compiaciuti per quanto sino ad ora raggiunto e rallegrati con champagne Dom Perignon e caviale beluga del Caspio dono di Mahmoud Ahmadinejad, Mamma Ebe si alza e con tono solenne indica l’opzione Ignazio Marino.

Gli astanti ascoltano e, riferito telefonicamente ad Enrico Letta, ripartono per Roma.

 

A Roma

Il corteo si affretta a raggiungere Villa Gina, clinica della famiglia Spallone nota anche per pratiche fuori dall’ordinario effettuate con la massima riservatezza.

Palazzo Chigi convoca di urgenza Ignazio Marino.

Il Sindaco chiama a raccolta i suoi assistenti di provata fede e si accinge a raggiungere Villa Gina.

Il corteo, nel frattempo, è dirottato a Villa Luana in quanto Villa Gina in quei giorni è priva di personale perché impegnato a svolgere servizio alla Festa dell’Unità.

Trafelato il Sindaco, con un pizzetto biondo posticcio per non essere riconosciuto, dopo essersi diretto invano a Villa Gina, corre a Villa Luana in bicicletta seguito da una scorta di quattro Vigili Urbani, anch’essi in bicicletta, o quasi.

Vi è una magnifica vigilessa bionda con pantaloncini attillati che mettono in risalto delle gambe mozzafiato, vi è un vigile del Gabon naturalizzato italiano, vi è un vigile rappresentante dell’Arcigay di Tor Bella Monaca ed un vigile diversamente abile in carrozzella elettrica.

Quella comitiva non sfugge, però, ad occhi attenti.

Dall’angolo di una strada buia, frequentata di notte da quelle timide creature che cercano di socializzare, nascondendo la loro vera natura, guizza fuori Rihanna che, gettata la parrucca, sale su di un taxi per seguire i ciclisti.

Ignazio Marino giunge sfinito a Villa Luana.

Tutto è pronto.

 

Il trapianto

Berlusconi viene legato ad un lettino e portato in sala operatoria. Sul lettino accanto è sdraiata Rosy Bindi, radiosa.

Marino ed i suoi sono pronti.

I due pazienti vengono narcotizzati.

Prima vengono strappati i capelli del Presidente e decolorato il cuoio capelluto per non contaminare l’organo che verrà asportato.

Poi si passa a preparare la parte ove il volontario riceverà l’organo.

Alla vista di quell’ingombro, però, Marino è sbigottito perché sembra di trovarsi davanti alle parti basse di un vecchio marinaio marsigliese ubriaco. “Contenta lei”, borbotta.

Marino con mano leggera comincia a recidere tutto intorno e a scavare.

Poi passa al donatore-obbligato ed il paziente in un riflesso condizionato, benché dormente, ha un’erezione. “Meglio così”, continua a borbottare Marino.

Una volta asportato l’organo il chirurgo si fa passare un grosso contenitore di vetro con tappo ed immerge il pene con i testicoli in una soluzione fisiologica.

Mentre è intento a suturare il paziente non si accorge però che, sfruttando la concentrazione dei presenti, Alfonso Signorini, in arte Rihanna, è riuscito ad entrare in sala operatoria dopo aver raggiunto Villa Luana, eludendo i sorveglianti travestito da infermiera.

Rihanna, scusate Alfonso Signorini, si impossessa del boccione di vetro con l’importante reperto e fugge sul taxi che parte sgommando.

Tutto avviene in un lampo.

Nel caos che segue, si sente echeggiare nei corridoi: “Ridatemi le frattaglie”.

Non si capisce più niente! Dalla voce si pensa che Barry White redivivo faccia parte della comitiva. Ma è solo Rosy Bindi infuriata.

 

Trasferimento sull’Etna

Marino è sgomento.

Viene subito contattato Enrico Letta che lo cazzia e decide di fare trasferire nel più breve tempo possibile Berlusconi in un luogo segreto e inaccessibile, nel timore che i suoi sostenitori possano tentare di liberarlo con un colpo di mano.

Il posto viene identificato al Sud. Il garante dell’operazione è Rosario Crocetta, detto Saro.

Il Governatore della Sicilia ha già un suo piano.

Spogliato della sua veste istituzionale, mostra una delle sue doti migliori: prendere vigorosamente in mano la situazione.

Il luogo prescelto sarà il Rifugio Sapienza, a 3.300 metri sull’Etna.

Per la massima discrezione e rapidità si decide di trasportare Berlusconi, ancora sotto anestesia, con un’ambulanza presa in affitto da uno sfasciacarrozze situato sull’Appia antica che fornisce auto d’epoca per il cinema.

Il mezzo è più moderno e affidabile di quanto possa essere reperito dalla Sanità pubblica, essendo stato utilizzato anche in numerose pellicole del neo-realismo italiano.

In men che non si dica, l’ambulanza raggiunge Villa Luana e carica il misterioso passeggero.

Un seguito discreto munito di sicurezza e viabilità si avvia quindi verso il Sud con l’ordine perentorio di non fermarsi per nessuna ragione.

Il viaggio è spedito, ancora di più, grazie alla sosta di sole quattro ore, all’imbocco dell’autostrada che, nel periodo di agosto, dispone di ben due caselli aperti su otto.

Anche il tratto dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, con l’entusiasmo conseguente al ricordo dell’annuncio dato dal Ministro Passera che quel tratto sarà completato, viene superato con il tempo record di ventidue ore.

All’arrivo, concordato con Saro Crocetta nei boschi alle falde dell’Etna, il Governatore alla vista di quei poderosi uomini al volante, ormai barbuti per un viaggio di giorni senza sosta, ha un fremito, credendoli esotici talebani.

L’equivoco è però chiarito e Saro, con l’occhio languido, ma deluso, guida il convoglio attraverso i boschi di castagni, arrampicandosi poi tra le distese di ginestre e in quelle di licheni, sino al paesaggio lunare della sommità del vulcano ove il Rifugio Sapienza, requisito per l’occasione e controllato a vista, è pronto ad accogliere il prigioniero.

 

Qualcosa si muove

La luce di una finestra all’ultimo piano di un vecchio palazzo, in una piccola piazza del centro storico di Roma, è sempre accesa.

Di sera, in strada, solo occhi attenti e indiscreti possono notare, alla luce tremolante dei lampioni, figure furtive entrare ed uscire, scivolando attraverso il portone di ingresso.

Alcune indossano copricapo calati sugli occhi, altre cappucci da monaci o del genere Ku Klux Klan, altre grembiuli che fanno pensare ai prescelti per la trasmissione Master chef. Qualcuno si muove con passo marziale. Altri si scambiano parole straniere.

Il fedele portiere dello stabile, Carmelo, ha rinvenuto tra le porte dell’ascensore un lembo di abito talare ed un rosario.

Gianni Letta è al lavoro. Instancabile.

Ma cosa si cela dietro quelle mura?

 

A Mosca

Dallo spazio, intanto, nulla sfugge agli occhi dei più sofisticati telescopi satellitari.

Vladimir Putin è davanti ai monitors, sulla poltrona di comando della Sala di Regia del Cremlino, circondato dai vertici delle Forze Armate e da quelli del KGB per seguire, di persona, ciò che avviene in Italia.

E’ disposto a tutto pur di liberare il suo amico Silvio.

Intanto i nugoli di droni inviati dalla Russia in Sicilia per setacciare il territorio centimetro per centimetro vengono tutti abbattuti dai cacciatori di frodo nel passaggio sulla Calabria, perché scambiati per formazioni di oche selvatiche costrette ad una migrazione forzata a causa dei cambiamenti climatici.

 

Operazione неукротимый птицы (Uccello indomito)

 

Vladimir Putin non è il tipo che perde tempo.

In poche ore viene approntata una task force degli Spetsnaz, il migliore Corpo speciale della Federazione Russa, distintosi per il suo addestramento e ardimento ovunque sia stato utilizzato. Ne fanno parte esperti in telecomunicazioni, piloti, medici, paracadutisti sommozzatori, assaltatori, guastatori.

Viene richiamato in servizio anche l’astronauta Aleksandr Viktorenko per la sua grande esperienza.

In testa, lo stesso Putin.

Il comando operativo è affidato a Boris Kuznetsov, un gigante biondo privo di un bulbo oculare perduto durante operazioni speciali in Cecenia.

Due Antonov con particolari allestimenti segreti e due Mig 35 di scorta, tutti privi delle sigle di identificazione, sono pronti al decollo.

L’operazione prevede che la task force, una volta paracadutata sull’obiettivo, neutralizzi la sicurezza italiana e irrompa nel Rifugio Sapienza per liberare Berlusconi.

Successivamente è previsto che i due amici, Silvio e Vladimir, posino per un servizio fotografico per la rivista “Chi”, promesso in esclusiva ad Alfonso Signorini come ricompensa per aver salvato la preziosa ampolla che custodisce il futuro dell’Italia.

Berlusconi e Putin si imbarcheranno poi sul sottomarino nucleare TK-20 Severstal, vanto della marina sovietica, che sarà posizionato nello stretto di Messina per portarli in Russia, seguendo rotte a grande profondità per sfuggire ai satelliti.

Il piano è studiato e simulato in ogni dettaglio.

Ha inizio l’Operazione неукротимый птицы, Uccello indomito, classificata “Top secret”.

Il Severstal , classe Thphoon, munito di missili a testata nucleare, ha già lasciato la baia di Murmansk con i motori a propulsione atomica a tutta forza ed è in prossimità dell’obiettivo.

Gli aerei decollano in piena notte da una base segreta vicino al confine con il Kazakhstan.

Alle prime luci dell’alba sorvolano a bassa quota lo stretto di Messina e intravvedono sotto il pelo dell’acqua la sagoma del Severstal con cui sono in contatto.

In Italia nessuno si è accorto della sua presenza perché i piloti degli intercettori sono in ferie.

Anche gli aerei non vengono captati sugli schermi radar per via di una speciale vernice che li rende invisibili. Così come il rombo dei loro motori, completamente attutito grazie ad apparecchiature segrete di ultimissima generazione.

Tutti sono al loro posto.

Senza perdere un attimo il primo Antonov si abbassa ancora di quota per effettuare i primi lanci.

Il gigantesco aereo apre il portellone e compie un’ampia virata che lambisce Catania quando, ad un tratto, un piccolo missile non convenzionale sfiora la cabina di pilotaggio.

I piloti, atterriti per averlo visto passare così vicino ma, soprattutto, sconvolti che le strumentazioni più sofisticate al mondo di cui è dotato l’aereo non siano state in grado di segnalarlo, si consultano su cosa fare.

Lo stesso è per il Mig di scorta.

In quel mentre, si trovano al centro di una miriade di esplosioni come cannonate di contraerea e fatti bersaglio da innumerevoli missili sconosciuti dalle scie multicolori.

L’Antonov è un colabrodo.

Per cercare di non precipitare deve liberarsi di tutti gli occupanti e dei materiali.

I paracadutisti, per non giocarsi la pelle, si lanciano al buio lontani dai loro obiettivi.

Ma l’aereo non ce la fa e così anche i piloti lo abbandonano.

Il Mig di scorta, impotente e con la coda in fiamme, vede l’Antonov scomparire nelle fauci del vulcano ed è costretto ad un atterraggio di fortuna in una grande piazza al centro di Catania.

Lì una folla strabocchevole e festosa accoglie i piloti con entusiasmo, vedendo in quell’apparizione un evento celeste.

E’ in quel momento che i Top gun si rendono conto di essere stati abbattuti dai fuochi della festa d’estate di Sant’Agata. I catanesi, impazziti, portano in trionfo sulle spalle i russi e la Santa.

 

La liberazione

Non si poteva iniziare peggio: un Antonov ed un Mig perduti, metà della task force dispersa.

Nell’aereo di comando Putin è fuori di sé. Dà quindi ordine di intervento immediato.

D’altronde, il colosso dell’aria inabissato nella lava non è passato inosservato.

Al Rifugio Sapienza Crocetta ed i suoi sono pronti a respingere l’assalto.

Per rinforzare i ranghi il Governatore ha radunato la crème de la crème siciliana ed ora può contare su personaggi come Franco Battiato, perdutosi dietro ai sogni della  mistica Sufi ed ora, tornato all’ovile, è alla ricerca di un centro di gravità permanente, e di una sana bistecca.

Saro ha preteso poi, all’insegna della più maschia gioventù, di affrontare i nemici a torso nudo.

Lui, solo lui, Saro Crocetta, indosserà le insegne di comando: un paio di scarpette rosa da ballo, dono di Carla Fracci.

Il Mig russo inizia l’attacco con un lancio multiplo di missili tutto intorno al Rifugio.

Nel contempo la task force superstite viene lanciata più in basso, in due gruppi, per creare una tenaglia di accerchiamento.

Alla testa del primo gruppo è Vladimir Putin. Alla testa del secondo, Boris Kuznetsov, il gigante monocolo.

Il lancio dei missili ha creato però una conseguenza imprevista: smottamenti e voragini da cui fuoriescono colate di lava incandescente che si snodano sinuose come serpenti, con un’andatura veloce e imprevedibile.

Le fessure e le crepe del terreno sprigionano improvvisi soffioni di gas e vapori sulfurei bollenti. A sorpresa, il vulcano rigurgita nell’aria getti di lava e lapilli roventi.

E’ un inferno.

Le due formazioni sono costrette ad arretrare con la lava che sembra corrergli dietro.

La ritirata a valle assume il carattere di una fuga precipitosa. Molti perdono gli armamenti.

Il caldo è insopportabile.

Putin si strappa di dosso la mimetica e resta in canottiera, mutande e scarponi. Ha l’aquila russa tatuata sul braccio.

Boris, il gigante, perde il suo Kalashnikov, quando gli si bruciano addosso i vestiti. E resta nudo.

Molti uomini sono dispersi tra i boschi, altri hanno raggiunto il mare. Altri ancora vengono recuperati nelle taverne di Catania, sbronzi marci di vodka, tra le gambe di accoglienti connazionali in trasferta.

Cercano ora di ricompattarsi.

Putin giunge trafelato ai piedi dell’Etna. All’interno di un rudere sente delle voci in un dialetto che sembra a lui familiare e si avvicina.

All’interno della catapecchia si trova, invece, al centro di un’accesa riunione dei tifosi del Calcio Catania che, scambiandolo per l’ex capitano del Palermo, Miccoli, per via del tatuaggio, lo aggrediscono per i goal subiti dalla loro squadra nelle precedenti partite.

Viene quindi malmenato con inaudita violenza e gonfiato di botte.

Il Presidente della Federazione Russa, malconcio e con un occhio pesto, riesce con fatica a guadagnare la porta ove un vecchio pastore, all’uscita, gli appioppa una bastonata sulla schiena con il suo nodoso tortore.

Vladimir non si ferma! Risale il pendio e nel tragitto riesce a radunare qualche suo uomo.

Il vulcano è placato. Il Rifugio, vicino.

Sopra il cratere, l’astronauta Viktorenko, annerito dai fumi dell’Etna, veleggia in cielo impotente con il suo paracadute, in balìa delle correnti ascensionali e dei venti.

In un primo momento si era pensato, da ambo le parti, che ci fossero anche lanci di truppe coloniali africane a dare manforte, ma non è così.

“Давай!, avanti!”. Urla feroce Vladimir.

E’ un incitamento, un ordine, il ruggito di “Vova”, come lo chiamavano i suoi compagni del KGB.

Sull’obiettivo, a fianco del loro Capo supremo, gli Spetsnaz si lanciano all’assalto con una furia senza pari.

La reazione è immediata.

Dal Rifugio, dagli anfratti, dai ripari delle rocce laviche, escono a frotte i difensori. Si materializza una moltitudine inimmaginabile che sovrasta gli assalitori.

In testa Crocetta, Battiato, Vendola, che nel frattempo ha raggiunto i compagni, e tanti altri. Tutti rigorosamente a torso nudo.

I primi corrono verso il nemico, strillando come zitelle impazzite in cerca di marito, di fronte a quegli omoni venuti dall’Est.

Lanci di granate, raffiche di mitra, fumogeni.

I russi rimangono disorientati, ma reagiscono. Lo scontro è violentissimo.

Battiato, spirito sensibile e riservato, credente nella redenzione ed auspice della pace, lascia le armi e prende per mano un russo per appartarsi a canticchiargli all’orecchio il suo successo “Apriti Sesamo”, sperando si possa ricavare qualcosa da quel bruto.

Il Governatore della Sicilia, intanto, non demorde e mette in atto l’arma segreta della sua strategia: penetrare davanti e dietro il corpo attaccante. Ed è proprio quando gli Spetsnaz, stretti in una morsa, stanno per soccombere che si sente un ululato.

Si voltano tutti.

Dall’alto, su di un gigantesco masso lavico, è Polifemo, il ciclope.

Coperto da una pelle bovina, con  in mano una clava, alza la testa con il suo occhio al cielo ed emette un secondo, lungo, grave, interminabile urlo che rimbomba nelle valli, sale alle cime e si propaga, moltiplicandosi.

E’ spaventoso!

Crocetta ed i suoi sono impietriti. Dopo un attimo di smarrimento prevale il terrore.

Se la dà a gambe il novello Ulisse, scappano gli animi delicati, fuggono squittendo in ogni direzione, come topolini in cerca della propria mamma. Si perdono nei boschi con il tuono del ciclope ancora nelle orecchie. Altri resistono.

I russi, invece, riconoscono in quel rozzo e bestiale pastore con un occhio solo, Boris Kuznetsov, che nel frattempo, radunato parte del suo gruppo, ha dimostrato il suo livello di addestramento e le tecniche di sopravvivenza, divorando, tra l’altro, un vitello intero.

Il gigante mena mazzate a destra e a manca, facendo roteare la sua clava. Ad ogni botta stende chi gli capita a tiro. I suoi ritrovano impeto e si fanno avanti.

L’esito del combattimento si capovolge. Putin, Boris e gli Spetsnaz raggiungono in breve il Rifugio Sapienza e, neutralizzati i guardiani dopo un furioso corpo a corpo, liberano Berlusconi ed i suoi.

Non mancano le riprese video e le foto, sotto l’occhio esperto del “curatore d’immagini”, che ha provveduto anche ad infilare in tasca a Silvio una melanzana.

Poi, gli Spetsnaz si affrettano ad agganciare al proprio parapendio i più stretti collaboratori di Berlusconi. Ogni agente speciale russo ne aggancia uno. Putin aggancia da solo il suo Silvio, per scendere a valle insieme a lui. Qualche problema per Giuliano Ferrara per il quale è previsto un parapendio extra-large.

Il decollo è perfetto ed il gruppo dopo pochi minuti atterra sulla costa ove sono in attesa sei gommoni inviati dal Severstal.

Da lì, a tutta forza, verso lo stretto.

Il convoglio viene salutato dai bagnanti che credono di assistere alle riprese del Commissario Montalbano.

In Italia nessuno si è accorto di niente perché impegnato a decifrare il misterioso significato dell’ultima dichiarazione di Belen, a proposito del suo Santiago: “I figli devono essere cresciuti dalle mamme”. Solo in pochi riescono, infatti, ad afferrare il senso di una così profonda intuizione.

I gommoni giungono in prossimità del sottomarino che per non farsi notare staziona sotto il pelo dell’acqua quando, d’improvviso, sembra apparire all’orizzonte la Sesta Flotta Americana.

E’ un brulicare di natanti. Senza pensarci troppo, Putin dà ordine di imbarco immediato. La manovra è condotta con la massima sollecitudine, ma ritardata solo da Giuliano Ferrara che rimane incastrato nell’oblò.

Dal periscopio, intanto, le imbarcazioni in avvicinamento destano molte perplessità per via delle loro sagome: dimensioni contenute, lunga passerella di prua ed un traliccio verticale di proporzioni eccezionali.

A questo si aggiunge che il sonar del sottomarino capta segnali così potenti, provenienti da quei mezzi, che l’operatore è costretto a levarsi la cuffia.

Armi segrete?

“Immersione rapida!”. Urla il comandante.

Ma i nemici gli sono già sopra.

E’ una pioggia di dardi metallici quella che si abbatte sul groppone del Severstal.

Il comandante non ha mai subito un attacco così. La paura è che si possa perforare lo scafo o che possano essere danneggiati i meccanismi di manovra.

Durante la discesa i colpi si diradano sino a scomparire ed il clamore si affievolisce. Solo l’operatore sonar crede di aver sentito una voce: “Buttana ‘i to matri!”.

Il sottomarino TK-20 Severstal, vanto della marina sovietica, si inoltra nelle profondità marine, abbozzato. Resta il mistero.

Il giorno dopo la Gazzetta del Sud riporterà in prima pagina l’avvistamento e la tentata cattura di un gigantesco pesce spada nello stretto di Messina.

Il redattore riferisce, tra l’altro, che neanche le numerose e pesanti fiocine dei pescatori di Ganzirri sono riuscite a fermare l’animale.

La notizia viene anche riportata da Rai3 nella trasmissione di caccia e pesca “Le Fosse di Katyń”, ove il geologo Mario Tozzi sostiene che il Mediterraneo è ormai invaso da tali mostruse creature per colpa delle enormi quantità di ormoni scaricati da Villa Certosa.

 

Scatta la controffensiva

 

In quella stanzetta all’ultimo piano di un vecchio palazzo, in una piccola piazza del centro storico di Roma, ove la luce è sempre accesa, la notizia della liberazione di Berlusconi arriva in tempo reale.

E’ ora di agire!

I fidi scherani del vecchio padrone di Palazzo Chigi hanno tirato la cinta in questi due anni e, spesso, sono stati visti toccarsi le parti basse alla vista dei nuovi inquilini.

D’altronde hanno sempre rimpianto le indimenticabili serate: i menù con le pennette tricolori, la tagliata di carne chianina con contorno di piselli e cavoli. E Apicella con Silvio che allietavano i presenti, cantando “Meglio ‘na canzone”. E le ragazze! E, alla fine, il burlesque, sino a tarda notte. E i regali! Chi può mai dimenticarlo!

Ma ora soffia un vento nuovo, e lo sanno.

Enrico Letta, appresa la notizia della liberazione, si appresta a lasciare in tutta fretta il Palazzo per un posto più sicuro ma, come sale nell’auto, all’interno del cortile, trova al suo fianco un energumeno che lo afferra per un braccio con una stretta d’acciaio.

Il conducente, uno spilungone, si volta con un sorriso: “Buonasera Presidente”.

Letta è in trappola. Se ne rende conto, e tace. E tra sé e sé: “Quel viso non mi è nuovo. Allampanato. Quegli occhi da pesce lesso…”. L’auto parte.

Il poliziotto all’ingresso dà il via alla scorta che aspetta fuori.

“Tutte facce nuove. Strano quel poliziotto: non entra nella sua divisa. Con quei capelli! Brutto ceffo!”

L’auto gli passa vicino e l’autista: “Ciao Denis”.

“Ciao Niccolò”.

Partono per destinazione ignota.

Nella Dacia di Putin

 

Il Severstal giunge in una località segreta russa. Da lì, l’elicottero privato del Presidente della Federazione Russa -avuto in dono da un ignoto ammiratore di cui non si conosce il nome, ma solo il cognome: Lavitola- accoglie i due raffinati amici ed i loro decorosi seguiti in un arredo opulento, in pelle, radica ed ori. Diciamo, “sul grazioso”.

L’Agusta Westland decolla, destinazione Sochi, Dacia di Putin.

Il Presidente, in volo, diffonde l’annuncio che L’Operazione неукротимый птицы, Uccello indomito, può considerarsi conclusa. I passeggeri e l’equipaggio applaudono.

                All’arrivo, viene fatto trovare un piccolo comitato di accoglienza per  fare respirare un po’ di aria di casa a Silvio.

Ci sono Previti, Scajola, dell’Utri in permesso speciale, Apicella e Rihanna, alias “Il Salvatore della Patria”, alias Alfonso Signorini con parrucca bionda, lenti a contatto azzurre ed un tatuaggio sul cuore che si intravvede dal décolleté: “Amo la mamma”. E poi le ragazze, alcune già al seguito: la Pascale, la Began, la Minetti, la Pavlova, la Daddario, le De Vivo, la Skorkina, la Fico, la Polanco, Ruby ed altre 119.

                C’è poi l’amato Dudù, barboncino, custode discreto delle più piccanti intimità, che però resta sempre in bianco.

                Vi è poi Gerard Depardieu. Sì, Obelix, avete capito bene! Proprio lui sta preparando un barbecue colossale in onore di Silvio. Giuliano Ferrara fa subito amicizia con lui.

                Da parte russa c’è qualche amico ed una schiera di ragazze dai nomi  impronunciabili, ma non per loro, esperte in lingue.

Il Presidente Putin ama molto questo suo piccolo rifugio di 7.000 metri quadri sul Mar Nero. Proprio qui vuole che sia reimpiantata e rimessa in funzione, nel posto giusto, l’arma più potente e convincente della politica berlusconiana.

Per l’occasione ha fatto allestire nella Dacia, dalla più famosa clinica cosmetologica della Russia, una camera operatoria del più alto livello tecnologico e dotata di ogni possibile attrezzatura.

In un’attigua camera blindata vi sono due armati all’ingresso, altri due all’interno, di guardia al boccione di vetro con il magico reperto refrigerato.

La sera è un gran divertirsi. Apicella si esibisce da solo perché Silvio non deve affaticarsi, ma anche per via della sua voce oggi da soprano.

Scorrono fiumi di vodka, caviale del migliore, pennette tricolori ed un grande storione apparecchiato come il biscione di Canale5.

Sono previsti numeri a sorpresa.

Il Presidente Assad, prelevato dal suo Paese anche per farlo distrarre da quei piccoli fastidi che sta avendo in Siria, si cimenta, in veste di Fabio Fazio, nella trasmissione “Che tempo che fa”, divertendo tanto Silvio.

Alla fine dello spettacolo Berlusconi invita Assad al suo tavolo e, vedendolo sofferente a causa dell’asma e rattristato per via del distacco del gas avuto nella sua casa a Damasco per non aver potuto pagare la bolletta, lo rassicura garantendogli che per tale incombenza avrebbe provveduto lui.

Si va a letto. Nel talamo di Silvio, dieci metri per un metro e cinquanta, solo dodici ragazze che gli cantano la ninna nanna.

Il giorno dopo un team medico è pronto ad eseguire l’intervento al Presidente Berlusconi.

L’equipe è diretta dal Dottor Sergeï Vladimirovitch Noudelman, membro del consiglio della Società dei Chirurghi di Ricostruzione Plastica ed Estetica di Russia, membro della Società Internazionale dei Chirurghi Estetici Plastici: un’Autorità.

Nella sala operatoria, su di una lettiga dietro ad un paravento, è in attesa, in funzione di riserva, Rocco Siffredi.

Il suo gesto di mettere a disposizione il suo patrimonio gli varrà poi l’onorificenza “Eroe della Federazione Russa”, per i servizi resi allo Stato e alle persone associate con la Commissione di Atti Eroici.

Silvio è tranquillo. Viene sedato e portato all’interno. Prima di entrare, guarda negli occhi Vladimir che è lì. I due amici si sorridono senza parlare. Putin lo carezza.

Il chirurgo sa che dalle proprie mani dipende il futuro dell’Italia e, forse, del mondo.

Tutto procede bene: il fallo è ancora in erezione. Noudelman si volta agli assistenti:

“Incredibile! Non vuole decadere. Ci faciliterà l’impianto!”.

Nel giro di qualche ora il chirurgo dimostra di essere degno della fama di cui gode, terminando il lavoro come meglio non si poteva immaginare: il reimpianto dà già segni di vitalità. “Ad ogni buon conto, meglio stargli alla larga”.

Ma non è finita.

Vladimir vuole dare un’ ulteriore testimonianza del suo affetto per Silvio.

Fa trapiantare al suo amico, come valore aggiunto, lo scalpo di Cristiano Malgioglio strappato durante una retata in un sobborgo di Mosca ove l’artista è stato agguantato in atteggiamento per nulla equivoco.

Anche questo intervento riesce pienamente. Il paziente viene portato nella sua suite.

Il medico riceve i complimenti dal Presidente Putin.

Rocco Siffredi, una mano tra le gambe, tira un respiro di sollievo.

 

La Nuova Italia

 

       Quella pantofolina di velluto rosso fuoriuscita da un pacco rotolato a Piazza San Pietro è il segno che –da quella stanzetta all’ultimo piano di un vecchio palazzo, in una piccola piazza del centro storico di Roma, ove la luce è sempre accesa- è stato dato il via alla costruzione di una Nuova Italia, non solo con il benestare ma, soprattutto, con la partecipazione attiva dell’Oltretevere.

Qualcuno infatti, che indossa spiritualmente il saio del poverello d’Assisi, ha avuto il semaforo verde per la Sua parte e così ha dato incarico alla Persona più autorevole ed a Lui più vicina, di dare fuoco alle polveri.

Molte altre forze hanno contribuito a quest’opera delicata e paziente che solo un abile tessitore è stato in grado di pianificare e curarne la regia.

Ma quanti si sono poi aggiunti, in gran segreto, a quelli della prima ora. La gente non ne può più!

Da molto tempo si aspettava il momento opportuno e proprio coloro che hanno creduto di cavarsela con un colpo di mano, per mantenere in vita lo stato delle cose, hanno ottenuto un effetto boomerang.

L’Italia è in fermento.

Mai come in queste ultime settimane vi sono stati tanti pellegrinaggi verso i luoghi di culto, come quello di San Pio da Pietrelcina o della Madonna delle Lacrime di Siracusa, finanche come quelli verso le sperdute edicole votive dell’Alto Adige.

Altre moltitudini di fedeli si sono recate a Predappio con invalidi di guerra, invalidi del lavoro, ex combattenti, cappellani militari, portatori di handicap e pare che, davanti al loro sacro sepolcro, un grande invalido di guerra -Medaglia d’Oro, non udente, non vedente, sulla sedia a rotelle, credendo di aver sentito: “Un’ora segnata dal destino, batte nel cielo della nostra Patria: l’ora delle decisioni irrevocabili…”- abbia sbarrato gli occhi e si sia alzato con il saluto romano, allontanandosi al passo dell’oca.

Il gran momento è arrivato, annunciato dal suono delle campane di tutta Italia.

E’ l’ora del mattutino: ancora buio.

Coloro che conoscono il linguaggio delle campane non sanno decifrare questo messaggio.

Non è certo quello per richiamare i fedeli alla celebrazione, né quello per scandire le ore, né, tanto meno, quello delle “campane a morto”. E’ un suono forte, ininterrotto, quasi festoso.

Chi deve capire, ha capito.

Dopo il suono martellante delle campane, si spalancano i portoni dei Conventi, dei Monasteri, delle Abbazie, degli Eremi di tutta Italia.

Si aprono Assisi, Passignano, Camaldoli, Camogli, Cesena, Fabriano, Farfa, San Miniato, Montecassino, Padova, Pegli, Assisi, Perugia, Roma, Subiaco, Teolo, Vallombrosa, Venezia e mille altri.

Sembra di avvertire il cigolio delle cancellate di quei luoghi santi che si schiudono.

Escono, escono a frotte. Escono i manipoli di Frati Minori, Francescani, Cappuccini, capitanati da fratacchioni calvi e barbuti, la cui barba riccia e fluente si appoggia sulla pancia larga, trattenuta appena dal cingolo a tre nodi. Escono i Monaci Benedettini, Certosini, Cistercensi.

E, in testa a tutti, i Capi manipolo. Non necessariamente Provinciali o graduati ma, soprattutto, fratelli esperti delle cose terrene, custodi delle confessioni intime delle bizzoche, addetti alle cucine e responsabili delle derrate. Dalle gambe glabre e piedi grassi, nei sandali troppo stretti. Facce paffute e rosse di penitenti mai sazi delle più dure privazioni.

Marciano i frati, gaudenti di poter vivere questo momento ed ancora di più per i doni ricevuti dal Signore.

Vogliono portare la Sua voce nelle città, nelle campagne, sulle montagne, sulle colline, nelle coste, ovunque, per redimere i peccatori, condurre sulla retta via gli irresponsabili che hanno trascinato nel baratro il Paese.

Vogliono curare gli spiriti deboli dal contagio della menzogna, delle suggestioni, dei falsi miti e cancellare dai malvagi l’egoismo e l’ingordigia. Ad ogni costo, con la persuasione.

Marciano i frati. La gente li guarda.

Qualcuno intuisce quello che sta per accadere, ma non fino in fondo.

Ecco, infatti, che un attaccabrighe, con alcuni compagni della sua risma, si para davanti ad un manipolo con in testa un fratacchione, del genere Remigio da Varagine nel “Nome della Rosa”.

Il contestatore manifesta la sua rabbia e comincia ad inveire contro quel santo uomo sorridente e pacioso, quando, improvvisamente, con serafica calma, il frate alza il suo saio ed offre una visione agghiacciante, varicosa, pulsante e pronta alla bisogna.

L’esagitato, alla vista di quell’arma inesorabile, è impietrito, quanto basta per essere afferrato da due mani d’acciaio che lo passano per le armi alle spalle senza  complimenti.

Un urlo lancinante squarcia il cielo.

L’uomo fugge, una scia di sangue e scompare nella notte, ululando.

I compagni, sbigottiti, si affrettano a dileguarsi.

Il grido travalica i monti, i mari e le valli e si unisce alle altre mille grida portate dal vento.

Gli italiani si fermano e, come animali della foresta, girano le orecchie a quei barriti che annunciano l’ora del “redde rationem”.

In ogni parte d’Italia, ove necessario, i frati compiono la loro azione pastorale.

Seguono giorni di passione ove schiere di malintenzionati, dopo il trattamento, ritrovano dolorosamente la retta via e si uniscono ai loro salvatori. Contestatori raffinati trovano giuste le argomentazioni dei frati e sposano subito le loro tesi. Lo stesso fanno le innumerevoli coniugate infelici, vedove inconsolabili, vergini impenitenti e, alla fine, si ingrossano le fila.

Gli adepti marciano insieme ai loro redentori. Reclutano accoliti. Siedono alle loro mense. E, alla fine, vestono il saio a conferma di una ritrovata spiritualità.

Si scoprono i valori veri. Si canta la luce, la gioia per la vita.

Si torna all’amore per la terra, al gusto delle cose semplici. All’uguaglianza nella gerarchia.

“Pagnotte per tutti!”. E’ la parola d’ordine.

Sono abolite le tasse. Vige l’economia del baratto.

Tutto è semplificato: la parola vale più di un documento scritto.

In pochi mesi si consolida la Nuova Italia.

Non mancano i casi isolati di dissenso a cui provvedono prontamente équipes di frati specializzati in interventi rapidi. Non si può negare che qualcuno dei “trattati” sia rimasto sciancato.

Nel contempo Enrico Letta è stato riabilitato dopo una permanenza presso le Monache Benedettine della Carità al Monastero Pietracquaria di Avezzano ed ora anche lui, tornato alle origini, veste il saio francescano.

 

 

Al di là dei confini

 

Ma Berlusconi dov’è?

Berlusconi, nella Dacia di Putin, durante l’anestesia, ha avuto una visione: Francesco, in un’aura luminosa, gli indicato la via da seguire.

Silvio, con la sua nuova capigliatura, si è acconciato un ciuffo alla Little Tony e, insieme alla sua band, tiene concerti in tutto il mondo, facendo sentire sempre la sua voce.

Con lui, Mariano Apicella alla chitarra, Renato Brunetta al basso, Giuliano Ferrara al trombone, Emilio Fede alla batteria.

Fanno parte del gruppo, le centotrenta girls del cavaliere che fanno impazzire il mondo.

La sua riacquistata sessualità è festeggiata ovunque da immense folle di donne, e dai paladini dei diritti alle pari opportunità.

Dalle mongole della steppa siberiana alle sioux, dalle cinesi alle brasiliane, dalle dancali alle finniche, dalle inuit alle andine, dalle svedesi alle pigmee.

Il successo è strepitoso. Tutti lo vogliono. Fiumi di denaro.

I biglietti per i concerti vanno a ruba, si devono prenotare con sedici anni di anticipo. Facciamo diciotto: non ci vuole più cascare!

 

Nella notte

 

Alla fine, di notte, nel sonno, si aprono le tende dello sconfinato palcoscenico della fantasia e vengono avanti, per mano, Letta, Francesco, Berlusconi, Boccassini, Mamma Ebe, Napolitano, Depardieu, Vendola, Ingroia, Balestra con il suo dentista, Schettino, Bindi, Casini, Marino e tutti gli altri e, con il capo chino: “Signori, grazie, lo spettacolo è finito”.

Myki Kashim

 

 

 

 

 

 

 

2 thoughts on “COLPO DI STATO IN ITALIA, racconto di Myki Kashim”

  1. Arguto, fantasioso sulla scia di Campanile, dissacratore e, purtroppo,
    molto accurato nel delineare caricaturalmente le personlita’ di molti persanaggi realmente esistenti che non allietano le nostre giornate.

  2. ORIGINALE E QUINDI NUOVO. UN BUON SENSO DELL’UMORISMO E SOPRATUTTO NON VOLGARE. NELLA SOMMA POSITIVO… FORSE UN PO’ TROPPO LUNGO. CARLO.

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