Attualità Ragusa

Femminicidio, fenomeno in crescita

In lingua inglese il termine “femicide” (in italiano femminicidio o femmicidio) veniva usato già nel 1801 per indicare «l’uccisione di una donna». Il termine è stato poi ripreso e diffuso da numerosi studi di sociologia, antropologia e criminologia. Esso si riferisce in definitiva a tutti quei casi di violenza e di omicidio che vengono perpetrati dagli uomini sulle donne per motivi relativi semplicemente alla sua identità di genere. E’ questo l’argomento trattato ieri sera nel corso della conferenza promossa dall’Associazione mogli medici italiani sezione di Ragusa con la collaborazione di Inner wheel, Cif, Fidapa, Soroptmist e Unicef.

Una sinergia senza precedenti anche per prepararsi al meglio, scandagliando tutte le ragioni di un fenomeno da stigmatizzare con forza, in vista del 25 novembre, giornata nazionale contro la violenza sulle donne. Le relatrici, la criminologa Marzia Tavolillo e l’avvocato penalista Aurora Di Matteo, hanno puntato l’indice sulle dimensioni della problematica. “Ciò che da sempre allarma – ha detto Elisa Marino Criscione, presidente Ammi – è che la prima causa di morte di donne nel mondo tra i 16 e i 44 anni è il femminicidio, non le guerre. Con riferimento al nostro Paese, solo nel 2012 il numero di casi di femminicidio è stato pari a 124 (più 47 tentati omicidi) e solo nei primi quattro mesi del 2013 le donne uccise sono 35. Il 70% di queste violenze viene commesso da uomini con cui la vittima intratteneva rapporti sentimentali, l’80% di queste donne era di origine italiana (così come il suo aggressore) e risiedeva, nella maggior parte dei casi, nel Nord d’Italia”.

E’ stato chiarito, durante l’approfondimento fatto dalle relatrici, che per alcuni commentatori che amano fare del facile sociologismo, l’escalation di femminicidi è la risposta che alcuni uomini, soprattutto i più giovani, danno in reazione alla crisi economica che sta affliggendo il Paese. Tuttavia, sarebbe semplicistico addebitare esclusivamente la crescente violenza sulle donne a mere questioni legate alla crisi economica. L’ormai assodata perdita di valori delle nuove generazioni, l’immagine della donna come «oggetto» che viene veicolata dai media, i cattivi modelli che vengono proposti, la concezione della donna come essere inferiore, il sessismo sono alcune cause della violenza alle donne. Necessaria è perciò l’educazione pubblica che insegni il rispetto della donna a partire dai mezzi di comunicazione, responsabili del modo in cui veicolano l’immagine femminile e per il modo in cui la rappresentano. A sua volta, sembra davvero riduttivo ascrivere esclusivamente alla «cattiva maestra televisione» (come dal titolo di uno dei libri del famoso filosofo Popper) la causa della violenza alle donne. “Ciò che inquieta – aggiunge ancora Marino Criscione – è che il 70% delle vittime di femminicidio aveva già precedentemente denunciato alle forze dell’ordine episodi di violenza o di maltrattamento. E ci chiediamo come mai le istituzioni non siano riuscite in tempo ad evitare e prevenire questi odiosi reati, dovuti, il più delle volte, all’«amore criminale». Occorre pertanto non mettere la testa sotto la sabbia: il femminicidio è un problema sociale a tutti gli effetti, ma non solo. Importante è quindi alimentare il dibattito pubblico sul tema al fine di riuscire così a portare il più possibile allo scoperto la questione per poi essere all’altezza di individuare soluzioni credibili per contrastarla, anche attraverso la sensibilizzazione e la formazione soprattutto dei più giovani”.

 

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