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Beppino Englaro a Ragusa: “Morire con dignità”. Ci piace invece parlare di “vita”

Lettera agli studenti che hanno ascoltato Beppino Englaro a Ragusa

“Ho combattuto per garantire a mia figlia il diritto di essere lasciata morire con dignità”. Così ha sottolineato Beppino Englaro a Ragusa lo scorso 8 novembre, in occasione dell’incontro organizzato per parlare del “fine vita”  preceduto, nella mattinata, da un momento di riflessione con gli studenti del liceo “E. Fermi”.

Rispetto a questo pensiero e a queste parole è lecito farci qualche domanda.

Cos’è la vita? Chi può disporre della stessa?

Normalmente nella vita, per molte persone, è serio il problema della salute, il diritto di essere lasciati morire con dignità o, come ha affermato il sindaco di Ragusa Federico Piccitto il diritto ad autodeterminarsi per affermare la propria volontà. Lo stesso ha anche annunciato che a dicembre renderà operativo il registro del testamento biologico.

Ma cosa è la vita più che il diritto di scegliere di essere lasciati morire o di autodeterminarsi?
Cos’è la vita più di questo?
Che cosa implica?

In questo contesto “culturale” sta diventando sempre più difficile poter affermare che la vita è anche rapporto con il destino, rapporto con la realtà, rapporto con il Mistero.

Tutto questo ha a che fare con la nostra responsabilità; e la responsabilità è, innanzitutto, riconoscere Ciò da cui proveniamo.

La vita implica tutto questo, ma con uno scopo di tutto, con un significato.

Quello stesso significato che ha spinto don Aldo Trento (noto missionario in Paraguay) a prendere una posizione netta rispetto alla vita anche di chi, per molti, non è vita degna di essere vissuta.

“Penso al piccolo Victor – dice don Aldo -, un bambino in coma, che stringe i pugni, l’unica cosa che facciamo è dargli da mangiare con la sonda. Ieri mi portano una ragazza nuda, una prostituta, in coma, scaricata davanti a un ospedale, si chiama Patrizia, ha diciannove anni, l’abbiamo lavata e pulita. E ieri ha iniziato a muovere gli occhi. Celeste ha undici anni, soffre di una leucemia gravissima, non era mai stata curata, me l’hanno portata soltanto per seppellirla. Oggi Celeste cammina. E sorride. Ho portato al cimitero più di seicento di questi malati. Cristina è una bambina abbandonata in una discarica, è cieca, sorda, trema quando la bacio, vive con una sondina. Non reagisce, trema e basta, ma pian piano recupera le facoltà. Sono padrino di decine di questi malati. Non mi interessa la loro pelle putrefatta. Vedesse i miei medici con quale umiltà li curano”.

Di fronte al dolore di una vita segnata così, che cosa si può dire? La tentazione di lasciarsi andare e dire che sarebbe meglio morire è umana, naturale. C’è chi invoca il miracolo, ma anche quello non risolverebbe la questione perché prima o poi quella vita sarà nuovamente tolta: tutti prima o poi dobbiamo morire.

L’unica cosa che si può fare è interrogarsi: come mai ci sono io? Come io consisto?

Noi siamo costantemente richiamati alla vera natura del nostro io, alla verità di quello che siamo, e non basta invocare una legge per risolvere questi problemi serve, invece, prendere sul serio l’esistenza. La vita come vocazione è un camminare al destino attraverso le circostanze, anche quando queste si presentano come una gravissima malattia. Chi raggiunge questa consapevolezza può accorgesi che anche quelle dolorose circostanze sono parte della modalità attraverso cui il Mistero si rivela.

Franco Portelli

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