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Video Messaggio di Natale del Vescovo Staglianò

 

 

Dov’è tuo fratello?

Usciamo dalle nostre abitudini per annunciare sulle strade degli uomini e delle donne del nostro tempo la gioia del Vangelo

 

Carissimi figli amati della Chiesa di Noto,

fratelli e sorelle in Cristo Signore,

padri e madri che abitate il nostro territorio diocesano, col desiderio di testimoniare la fede e di annunciare il Vangelo che salva e libera le nostre esistenze dai falsi idoli della odierna società del consumo, donando la vera gioia del sentirci felicemente umani, secondo il progetto di Dio su di noi.  Dio viene, Dio avviene in Gesù, diventa nostro compagno di strada. L’Avvento è attesa e preparazione, perché – venendo Dio nelle nostre vite, nelle nostre case, nei nostri affetti, nelle nostre solitudini e afflizioni, nei nostri desideri di bene, di giustizia e di amore – noi possiamo accoglierLo, riceverLo con dignità e farci istruire da Lui sull’essenziale che ci riguarda: l’amore che vorremmo ricevere in abbondanza e donare senza misura.

 

“Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per Maria i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo” (Lc 2,6-7).

 

Il viaggio della vita è faticoso, lo so. Molto più faticoso, a volte, di quanto le nostre spalle possano sopportare. Smarriti nel cuore, abbiamo l’impressione di restare sempre al punto di partenza, incastrati in una identità che non è quella che vogliamo, annaspando alla ricerca di risposte immediate all’incessante infelicità che incombe su di noi e che sembra perseguitarci, dimenticando la nostra vocazione ad essere uomini dell’attesa capaci di fede nel grande Re che nasce piccolo bambino e che pur giacendo ancora nel presepe regna già in cielo e sulla terra. Smarriamo così la nostra vocazione ad essere capaci di obbedienza attenta alla parola di Dio, consapevoli che la nostra fedeltà permetterà a chi verrà dopo di noi di ricevere l’eredità di salvezza dalla morte e dal peccato donataci da Gesù, “via santa attraverso la quale ritorneranno i riscattati dal Signore ed entreranno in Sion con grida di gioia”.(Is 35,10)

In questa ottica, ognuno di noi è chiamato ad intraprendere il viaggio verso Betlemme,  qualunque cosa comporti, alla ricerca  di un angolo di Amore nella mangiatoia della nostra storia. Proprio in quell’angolo, il volto spaurito degli oppressi, le membra dei sofferenti, la solitudine degli infelici, l’amarezza di tutti gli ultimi della terra, possono trovare “riposo”, attraverso l’esperienza di  spazi concreti di solidarietà, accoglienza  e comunione.

Capita a tutti, infatti, di attraversare momenti di estrema difficoltà, di profondo disagio, di radicale debolezza. Sono i momenti in cui il disorientamento e lo scoraggiamento s’impossessano di noi, a tal punto da convincerci che esistere sia insopportabile. Allora, la morte si presenta come l’attesa e il desiderio più naturale di una vita nella quale avvertiamo di essere privati dei diritti più elementari di giustizia umana e di equità sociale. Così, talvolta, taluni, non avendo nulla da perdere – se non la miseria e l’abbruttimento che si vive quotidianamente, in preda allo scoramento-, tentano il tutto per tutto, anche a costo dell’annientamento della vita.

Ora, è vero, tutti hanno diritto alla felicità e alla serenità, a quegli attimi di normale esistenza, nei quali poter guardare i propri figli giocare e sorridere, senza temere di non poter dar loro sostentamento, di perdere la casa perché non abbiamo pagato il mutuo, di morire perché ci siamo irrimediabilmente ammalati, di rimanere disoccupati dopo lunghi anni di studio, di dover scappare dalla nostra terra dove c’è soltanto fame e guerra alla ricerca di un paese che ci accolga e ci consideri finalmente “figli di Dio” e non bestie da macello in un mercato asettico e omologante.

Nel tempo di Avvento gustiamo di più l’esperienza di un Dio che si fa uno-di-noi e, per questa Via, (è Gesù, la Via della Verità che conduce alla Vita) chiede a noi d’essere immedesimati nelle vicende di tutti, facendole effettivamente nostre. Siamo dunque “Noi” – per questa immedesimazione natalizia – che, assaliti da un dolore indicibile, c’imbarchiamo allo sbaraglio sulle zattere del salto nel buio diretti verso mete dove ancora sia possibile respirare e sperare. Tanti si perdono per strada abbagliati dalle effimere luci d’ingannevoli felicità, numerosi sono inghiottiti dall’oscurità delle acque profonde della depressione, della disperazione, incapaci di credere ancora nel miracolo della vita. Altri intraprendono rassegnati viaggi senza ritorno, alla fine dei quali nessuno ricorderà più il loro nome, chi sono stati, cosa cercavano, quale è stata l’ultima parola che hanno pronunciato, così come in vita, travolti inevitabilmente anche nella morte, dall’oscurità dell’indifferenza e dell’isolamento.

Sì, fratelli e sorelle carissime, lo dobbiamo ammettere, aprendo gli occhi del cuore: è facile diventare preda dello sconforto quando prendiamo soltanto batoste, quando bussiamo alle porte dell’amicizia in cerca di riparo, di una parola di conforto, di un semplice gesto di affetto, di comprensione e troviamo soltanto il silenzio assordante del vuoto di sentimenti. E’ quasi istintivo entrare nello scoramento quando la politica, le istituzioni non ci guardano per quelli che siamo – risorse umane per la costruzione di un futuro migliore e giusto-, ma piuttosto come dei ”problemi da risolvere”, “dei numeri da far quadrare” calpestando la bellezza ineffabile dell’universo e delle creature di Dio alle quali deve essere garantito il diritto a una vita qualificante e sostenibile. In questo triste scenario, ormai all’ordine di ogni giorno, mi chiedo quanti di noi siano veramente pronti ad accogliere Dio! O lo lasciamo nell’angolo di un vago sentimentalismo senza impegno, senza cuore e senza ospitalità sincera? Mi domando, ancora quanti abbiano tempo e spazio per Lui che si manifesta continuamente ai nostri occhi ed ha il volto dei disagiati, degli sfollati, dei drogati, dei poveri, degli ammalati, degli immigrati, dei profughi della terra!

Restare emozionati nell’addio ai tanti che non ci sono più o accennare un tiepido dispiacere per quanti vivano condizioni di disagio, non basterà a lavarci la coscienza dal sangue degli innocenti morti o sofferenti a causa della nostra indifferenza, della superficialità delle istituzioni, della sordità della politica. Ancora è forte (e mai si sopirà) il loro grido di dolore, le loro urla di paura, le loro richieste di aiuto, il loro terrore andando incontro alla morte fisica e morale. Eh, sì, fisica e morale, perché si può morire in tanti modi, si può esistere ed essere morti dentro, si può respirare, ma affogare nella disperazione. Ed è proprio in questi casi che emergono imbarazzanti le incongruenze tra il nostro professarci, a parole, cristiani e il nostro agire nel quotidiano, talvolta “come lupi”. Papa Francesco lo ha proclamato, con grande semplicità (come solo Lui sa fare) e con altrettanta chiarezza (per chi ha orecchi per intendere). Lo fa ogni giorno con la testimonianza dei suoi gesti di vicinanza e di amore per i più poveri e i più afflitti. Lo ha anche fatto a Lampedusa. Sarebbe più giusto soffermarsi, allora, a pensare che si può uccidere il fratello in diversi modi soprattutto quando siamo incapaci di abbandonare i recinti delle nostre sicurezze, i calcoli cinici dei nostri egoismi, le lusinghe dei nostri patrimoni economici, la superbia delle nostre conquiste, per andare incontro ai nostri fratelli che come “Gesù bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia” restano indifesi, al freddo, al gelo, avviliti dalla miseria fisica e morale, sfiancati dalle nefandezze di un quotidiano che li vuole eternamente sconfitti. La parola, la luce, racchiusa in quel bambino, viene di notte nella povertà della grotta di Betlemme.

Gesù nasce povero a Betlemme per indicarci la ricchezza della fede come unica strada che generi speranza, confermando che si può cambiare vita solo se impariamo a essere più sobri, più solidali, più fraterni. Dobbiamo convincerci tutti (il vostro Vescovo per primo) che le vere novità sono possibili solo con sentimenti profondi, capaci di veri gesti solidali di amicizia e di fraternità, mediante esperienze non superficiali, avendo uno sguardo nuovo sulle persone che ci stanno accanto, per cogliere in loro qualcosa di diverso e di bello, alla fine – per noi cristiani che viviamo l’Avvento-, per riconoscere in loro il volto stesso di Cristo che viene. Dunque, come stiamo ripetendo da qualche tempo: non più solo sentinelle della carità, ma anche esploratori della misericordia. Sarà necessario guardare le cose con la luce di un sorriso, con la tensione di una fiducia, che sa vedere anche nel “brutto del presepe” qualcosa di bello non avvertito prima: si scorge così la Perla della vita tra le lacrime della storia, contemplando la presenza di Gesù in mezzo a noi anche quando arriva la notte.  L’amore (lo sapete voi più di me), diventa grande e vero soltanto quando supera l’emozione, quando costa, quando diventa sacrificio, cioè rende sacro ciò che ama. L’Amore diventa grande e vero soltanto quando si traduce in comportamenti di amore senza condizioni, nella consapevolezza che le cose che ci accadono non siano mai fini a se stesse, o senza un senso: ogni incontro, ogni piccolo evento racchiude in sé un significato che ci riguarda intimamente. Perciò, la comprensione di se stessi nasce dalla disponibilità ad accogliere l’Evento, dalla capacità in qualsiasi momento di cambiare direzione, lasciare il vecchio sentiero per andare a Betlemme, guidati da una stella, convinti, non solo a parole, che Gesù sia la ragione per cui vivere e che il Natale sia l’attimo eterno di Amore di Dio verso il suo popolo, il tempo vero  che cambia a fondo tutte le cose.

 

“Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere»” (Lc 2,15)

 

Andare a Betlemme in quest’ottica diventa l’indicazione per l’unico cammino credibile. E’ il cammino di chi sa dove vuole andare, di chi ha una meta precisa, di chi ha scelto Gesù ed ha capito che senza di Lui non può vivere: non è una questione di cammino materiale, con le gambe, è un cammino che deve fare il cuore, la mente, l’affetto. Camminare verso Gesù vuol dire desiderare di incontrarLo, di conoscerLo, di volerGli bene, di seguirLo, di imitarLo. E’ un cammino in salita, un cammino che ti pone davanti tutto ciò che non si vorrebbe mai vedere, un cammino senz’altro impervio per noi che siamo chiusi saldamente nel nostro egoismo e nella nostra diffidenza.  Mettersi in cammino vuol dire, quindi, scegliere in maniera inequivocabile la meta, non andare a spasso: la nostra meta è Gesù.

Papa Francesco nella sua recente Esortazione apostolica Evangelii Gaudium (La gioia del Vangelo) conferma e rilancia quanto con insistenza ha proclamato in questi primi mesi del suo servizio a tutta la Chiesa cattolica in quanto “vescovo di Roma”: andiamo oltre il recinto e inoltriamoci nei pascoli della vita degli uomini e delle donne del nostro tempo; abbandoniamo le nostre sicurezze (“dalle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli”) e inoltriamoci sulle strade degli uomini di oggi, raggiungendoli nelle loro “periferie esistenziali”; poiché Gesù sta alla porta e bussa, ma dal di dentro del nostro cuore, delle nostre famiglie, delle nostre chiese e vuole uscire, insieme a noi, a portare “per le strade del mondo” la gioia del Vangelo, la felicità che sgorga dall’incontro con Gesù che per primo viene per incontrarci e lasciarsi toccare, per sanare, liberare, purificare, renderci pienamente umani; perciò la Chiesa tutta è “in uscita missionaria”, con le porte aperte, capace di parlare al mondo, esperta com’è in umanità.

 

Siamo chiamati a lasciare tutto alla ricerca della fragilità e della miseria di quel Bimbo. Dovremo stare attenti e vigilanti per riconoscere il tempo della Sua visita, in qualsiasi modo essa accada: nella consapevolezza, però, che scegliere il percorso giusto significherà inevitabilmente “sporcarsi le mani”, scorgere la presenza del Dio Bambino nel volto di chi mi sta accanto, di chi soffre, di chi è solo, di chi è povero. Potremo allora scoprire – per noi, per la nostra Diocesi-, cosa concretamente significhi quanto Papa Francesco dice di preferire in Evengelii Gaudiumi al numero 49: “preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze […] Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita”. Perciò: “Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo”.

Accogliere il fratello come un dono, non come un rivale, non come un pretenzioso che vuole scavalcarmi, un possibile concorrente da tenere sotto controllo perché non mi faccia le scarpe. Accogliere, quindi, il fratello con tutti i suoi bagagli, essere comunità che accetta le diversità dell’altro e le integra in un ambiente di sacra famiglia. Gesù chiede a tutti di superare certo buonismo che trapela nella frase “a Natale si è tutti un po’ più buoni”. E’ bello essere “buoni”, ma come Gesù vuole, cioè con un serio impegno a vivere intensamente i valori e le virtù della misericordia, dell’accoglienza, del rispetto reciproco. Dobbiamo, infatti, convincerci che – di fronte alle moltitudini, carenti di tutto, affamate, indigenti, abbandonate e afflitte dalla solitudine-, sia grave la responsabilità di un cristianesimo fin troppo accomodante e troppo poco coerente. “Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il proprio fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio?” (1 Gv 3,17).

In questa direzione, Papa Francesco azzarda “ad occhi aperti” il sogno di una Chiesa povera e dei poveri. Vorremmo poterlo seguire in questo sogno, nella speranza di non sognare (noi) “ad occhi chiusi”. E’ per questo che ho inteso accogliere, nell’obbedienza della fede, il monito del Papa ad aprire i “conventi chiusi” ai nostri fratelli immigrati: aprire le nostre strutture alla solidarietà. Fino ad ora è stato possibile fare qualcosa, lavorando soprattutto su “piccole strutture”, messe a disposizione da alcune comunità di suore. Tuttavia, le nostre “grandi strutture” resteranno veramente e concretamente disponibili per fronteggiare la futura emergenza. Apprezzo per altro il gesto di qualche sacerdote che ha manifestato il desiderio di collaborare anche con la propria parrocchia, mentre attendo dai vicari foranei la “mappatura” delle piccole o grandi strutture che potrebbe risultare “preziose” allo scopo della manifestazione della nostra solidarietà e accoglienza. Sono però i nostri cuori chiusi che dovremo aprire e insieme ai cuori anche le nostre case. Il Vescovo deve dare l’esempio per tutti e, perciò, ho chiesto ai miei collaboratori stretti di immaginare la possibilità di ospitare anche nella foresteria dell’episcopio qualche famiglia che si trovi in particolare disagio (fosse anche qualche “famiglia” nostra, specialmente bisognosa).

 

“Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1Gv 4,8)

 

É un cambiamento di rotta radicale, che porta dritto al cuore del Cristianesimo i nomi propri delle persone e non le loro generalità anagrafiche, i volti concreti della gente e non delle immagini, il prossimo “in carne e ossa” con cui confrontarsi e non tante delle astrazioni volontaristiche con cui crogiolarsi.

Non è il Cristianesimo del “a Natale si può dare di più”, del “a Natale bisogna essere più buoni”, della classica buona azione: come aiutare la vecchina sulle strisce pedonali, inviare un sms del valore di due euro a qualche sconosciuta fondazione che, però, si occupa – parola magica – di bambini, o acquistare una stella di Natale per il villaggio dell’Africa dal nome impronunciabile (in fondo, un vero affare: poca cosa, minimo tempo perso, spesa, tutto sommato, limitata!).

E’ il Cristianesimo, invece, di chi non si accontenta di essere buono solo a Natale, ma in ogni istante della propria esistenza  diventa compagno, amico, fratello di tutti i poveri del mondo. Perché, come dice san Giovanni della Croce, “alla sera della vita quello che conta è aver amato”.  E’ il cristianesimo di chi può affermare: “Sì, io so dov’è mio fratello, lo so perché prego per lui, condivido con lui quello che posso e nelle mie scelte quotidiane lo porto sempre nel cuore”.  Andiamo con speranza a Betlemme, andiamo a vedere il mistero stupendamente buono di chi ci ama instancabilmente e ci cerca soprattutto a partire dalla miseria della mangiatoia delle nostre vite, di chi ci attende e cerca tra tanti il nostro volto. Andiamo a vedere che l’unica luce è la sua!

Mettiamoci in cammino dunque – la Verità è cammino, insegna Papa Francesco-, senza paura, recuperando in Gesù la festa di vivere, il gusto dell’essenziale, il sapore delle cose semplici, la fontana della pace, la gioia del dialogo, il piacere della collaborazione, la voglia dell’impegno storico, lo stupore della vera libertà, la tenerezza della preghiera.

In questo cammino non dimentichiamo la nostra Chiesa sorella di Butembo-Beni. Nei prossimi mesi, mi porterò con una numerosa delegazione in quelle terre martoriate ancora dalla guerra: potremo insieme vivere la gioia di inaugurare il Centro cardiologico “Pino Staglianò” (ormai finito come edificio, mentre le attrezzature acquistate stanno partendo proprio in questi giorni da Pozzallo) e contemplare anche le “meraviglie di carità” che il Signore sta compiendo con la “Scuola di formazione agraria “Nino Baglieri” che avanza con i suoi ambiziosi progetti.

Pregate per la Visita pastorale in corso. La affido a San Corrado Confalonieri, ma anzitutto e soprattutto a Maria di Nazareth: la nostra amata Santa Maria Scala al Paradiso accompagni, preghi e assista con la sua grazia (Colei, che è “piena di grazia”, gratia plena, grembo di tutte le grazie) la nostra comunità diocesana.

Con questa intenzione: perché, in questo Santo Natale, ogni pena sia consolata da una presenza amica; ogni peccato sia perdonato nell’abbraccio della riconciliazione dei fratelli; ogni desolazione intraveda la vocazione alla pace promessa dal Signore; ogni incertezza sia presa per mano e condotta alle decisioni sapienti e desiderate dalla giustizia e dalla dignità umana; ogni distacco si rassereni nella speranza della vita eterna, l’Alba radiosa della nostra vera felicità, somma, immensa, divina e perciò pienamente “umana”.

 

Con grande affetto vi benedico tutti, mentre vi stringo tutti nel mio cuore e vi auguro buon cammino di Avvento e buon Natale, vostro nel Signore

 

 

+Antonio, vescovo

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