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Perché scommettere la vita? Il gioco d’azzardo,un azzardo per la vita!

IL GIOCO D’AZZARDO È, PURTROPPO, un settore economicamente strategico per lo Stato. Nel 2017 gli italiani hanno giocato e scommesso oltre 96 miliardi di euro, il record di sempre: 8% in più rispetto al 2016, 102% in più rispetto al 2008, 668% in più rispetto al 1998. I giocatori hanno recuperato, vincendo, 76,5 miliardi, e perso 19,5 miliardi,di questi, 9 miliardi vanno dritti nelle casse statali. È come se ogni italiano avesse una spesa pro-capite per il gioco di 478 euro. L’azzardo premia una minoranza e fa pagare il conto alla maggioranza. Non solo: quando perdi, giochi ancora per recuperare i soldi. Quello che vinci, lo rigiochi per lo stesso motivo. È un circolo vizioso.
GIOCA UN ITALIANO SU DUE, ALMENO UNA volta all’anno. I giocatori patologici sono 800mila, oltre 12mila quelli attualmente in trattamento, almeno un milione e 700mila quelli a rischio. Il gioco d’azzardo può essere un divertimento. Ma il rischio che diventi una patologia è drammaticamente reale. «Il giocatore non è ancora patologico quando rinuncia al gioco per fare altro», spiega Tiziana Corteccioni, psichiatra e psicoterapeuta. «Lo diventa quando si distacca dalla vita reale perché completamente assorbito dal gioco, che diventa il suo pensiero costante. Il gioco d’azzardo patologico è un disturbo del controllo degli impulsi, e comporta, oltre alle perdite economiche, anche disagi psicologici nelle relazioni personali, lavorative e familiari».
Simone Feder, psicologo della Casa del Giovane di Pavia e coordinatore del movimento “No Slot”, insieme al gruppo di ex giocatori d’azzardo accolti nella comunità
MATTIA HA 22 ANNI. A 15 ANNI HA INIZIATO con le slot. «Giocavo al bar sotto casa. Cinque o 10 euro solo, perché non lavoravo». Poi è arrivata la prima vittoria: quella che ti frega, che ti fa immaginare di aver trovato un modo per guadagnare facile, raccontano tutti gli ex giocatori. «Con i primi lavori e uno stipendio vero ho pensato: “Esco di casa con 200 euro in tasca: avrò più possibilità di vincere”. Ma non è così. Dai 17 anni in poi ho giocato ogni giorno, anche tre, quattro volte al giorno». Quanto? «Dai 30 ai 200 euro. Prelevavo 250 euro alle 22. Un’ora e mezza dopo ne prelevavo altrettanti. Sono riuscito a spendere 500 euro in una sola serata. Nell’ultimo periodo uno stipendio di 1.400 euro mi durava tre, quattro giorni. Entri in un meccanismo in cui sai che vai a perdere ma quando ti siedi davanti alla slot non senti più niente, neanche le ore che passano». Riuscivi a tenere nascosta la tua dipendenza? «I miei l’hanno scoperto dopo sei anni. Avevo maschere per tutte le situazioni. Rubavo soldi in casa, dal portafoglio di mio padre. Vendevo in nero i prodotti che dovevo vendere sul lavoro. Ad un certo punto la bolla è scoppiata. Mia mamma nel frattempo si è ammalata di tumore, ma ha continuato ad aiutarmi. Mio papà non mi ha più parlato. Ho smesso di giocare per un periodo, poi un giorno ci sono ricascato: alle 13 ho vinto 600 euro, alle 16 avevo rigiocato tutto».
In cinque anni Mattia ha perso 120mila euro. Da 11 mesi è in cura alla Casa del Giovane di Pavia, città che nel 2013 il New York Times definì «Las Vegas d’Italia». Una slot ogni 104 abitanti contro i 143 della media nazionale. Il gioco è ormai un ricordo lontano per Mattia. La paura c’è, ma la voglia non più: «Oggi ho strumenti che non avevo prima. Ho ripreso il rapporto con papà. Ero diventato un pezzo di carne vuota, era tutto annullato in me, anche la percezione del pericolo. Ero teso, aggressivo, ansioso. Non ero più una persona normale. Ogni tanto cerco di pensare a come dovesse essere la mia faccia 11 mesi fa. Non me la ricordo più».
SIMONE FEDER È COORDINATORE NAZIONALE del movimento No Slot e psicologo della Casa del Giovane, comunità che accoglie ragazzi e adulti con problemi di dipendenza, tra cui quella del gioco. «La maggior parte delle persone che vengono da noi era benestante: aveva soldi e li ha giocati. Commercianti, dirigenti, giovani con una famiglia agiata alle spalle. Ovviamente c’è anche una fascia media e ci sono i pensionati». È proporzionale, spiega Corteccioni: «Più soldi hai, più rischi di investire o giocare grandi somme; ma chi ha 1.000 euro di pensione gioca quei 1.000 euro». «L’azzardo è l’eroina del terzo millennio», continua Feder. Perché tante persone ci inciampano? «Primo: l’offerta di azzardo è ovunque, dai bar alle tabaccherie, in tutti gli spazi d’aggregazione. Secondo: sei invogliato dalla retorica, come quella del Gratta e Vinci, e dal ricordo di una vincita. Terzo: sei indotto dall’ambiente che ti circonda. Il 25% degli adolescenti italiani ha un familiare che pratica il gioco d’azzardo. E il 58% dei giovani ne ha avuto esperienza».
IN SOLI QUATTRO ANNI DI GIOCO, ARMANDO – ex giocatore, 24 anni, pugliese, uscito dalla comunità dopo più di un anno – ha perso 150mila euro. Famiglia benestante, un nonno che per dimostrargli affetto lo riempie di soldi, finché un giorno il barista sotto casa lo invita a giocare alle slot: «Lo odio con tutto il cuore per questo. Ho messo 2 euro e ne ho vinti 900. A 18 anni sono passato alle videolottery e mi sono rovinato: quello che vinci lo rigiochi. Andavo nelle sale ogni giorno. La motivazione? Stupida: fare soldi, a scapito di tutto il resto: la serenità, le relazioni. Il gioco mi ha fatto perdere ogni cosa. Oggi che ne sono fuori, non voglio farmi scappare di nuovo tutto di mano».

Fonte: corrieredellasera.it

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